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di Andrea Valdambrini

Il Manifesto, 17 ottobre 2026

“La migrazione resta una questione fortemente politica, su cui esistono visioni politiche diverse”. Lo riconosce il presidente del Consiglio europeo António Costa al termine del vertice, due giorni di confronto su una vasta mole di temi, dal Bilancio europeo ai prezzi dell’energia fino all’Ucraina, ma con risultati in larga misura interlocutori. A difendere la linea securitaria europea è stata Ursula von der Leyen, che ha rivendicato i “progressi” già elencati nella lettera inviata ai leader alla vigilia: il calo degli attraversamenti irregolari e delle richieste di asilo. La presidente della Commissione ha aggiunto una nuova carta: un emergency framework, un’ulteriore stretta sui richiedenti asilo, ancora in via di definizione, che sarà presentata entro fine anno per consentire agli Stati di rispondere a improvvisi arrivi di massa orchestrati per mettere sotto pressione le autorità e dividere l’Unione. Per Von der Leyen è la risposta alla crisi di Ceuta. Ma non è una risposta politicamente neutrale. Meloni ha salutato l’annuncio come “importante”, perché darebbe agli Stati strumenti per intervenire immediatamente: “Noi abbiamo posto il problema mesi e mesi fa”. Il premier spagnolo Sánchez, invece, ha invitato a guardare ai dati e ai fatti, anziché alle “opinioni politiche”, rivendicando la necessità di una pluralità di posizioni in Europa. La tensione tra Italia e Spagna dunque rimane anche se palazzo Chigi ha annunciato una mini proroga di sette giorni del blocco a Schengen con la Spagna, stop deciso dopo i fatti di Ceuta, in modo da allinearsi alla scadenza delle misure spagnole e in vista di un’intesa in tempi brevi con Madrid.

La divisione evocata da Costa si era manifestata con particolare evidenza al tavolo dei leader, dove la premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen e Giorgia Meloni hanno attaccato, insieme al cancelliere conservatore austriaco Christian Stocker, il governo di Sánchez per la decisione di Madrid di regolarizzare centinaia di migliaia di migranti irregolari. Una mossa giudicata eccessiva nelle proporzioni e nella sostanza, in contrasto con la linea restrittiva che raccoglie consensi tra i governi europei. Frederiksen ha chiesto alla Commissione di esaminare il caso: “Se qualcuno entra illegalmente in un Paese e improvvisamente gli viene permesso di rimanervi legalmente”, ha dichiarato, “questo va contro la politica migratoria che oggi gode di un ampio consenso in Europa”. Una posizione che la premier danese ha sostenuto con particolare determinazione al tavolo del Consiglio, con toni che una fonte diplomatica ha definito molto duri, per non dire quasi razzisti. Non a caso, il portavoce della rappresentanza danese presso il Consiglio è sceso due volte in sala stampa e si è intrattenuto a lungo con i giornalisti per difendere la linea dura di Copenaghen.

Sul fronte energetico, le conclusioni invitano la Commissione a valutare ulteriori misure contro il caro-energia nel breve periodo, tenendo conto delle differenze tra gli Stati membri. Bruxelles dovrà inoltre aggiornare la valutazione degli impatti dell’Ets2, il sistema europeo che mette un prezzo alle emissioni di carbonio di trasporti ed edifici, uno degli strumenti centrali del Green Deal. Sul mercato del carbonio, i leader chiedono di ridurre la volatilità dei prezzi e limitarne l’impatto sull’elettricità, salvaguardando al tempo stesso il ruolo dell’Ets nella transizione climatica. Per Meloni, che chiedeva maggiore flessibilità e un intervento più incisivo, il risultato è però limitato: il riferimento all’Ets2 è entrato nelle conclusioni, ma non è passato il rinvio al 2030 sostenuto da Roma e Praga.

A margine del Consiglio europeo, Francia e Germania hanno intanto annunciato un’intesa sul futuro dell’industria automobilistica, cercando di sbloccare il negoziato europeo sulle emissioni e sulla preferenza per la produzione continentale. Il compromesso va nella direzione di un allentamento degli obblighi climatici, combinando maggiore flessibilità tecnologica e tutela della filiera industriale europea. La proposta conferma una riduzione del 90% delle emissioni allo scarico delle nuove auto entro il 2035, ma cancella l’obbligo di compensare il restante 10%. Si apre così a una maggiore flessibilità tecnologica, con più margini per i carburanti rinnovabili, tra cui elettrocarburanti e biocarburanti, e per i veicoli ibridi plug-in. Acciaio verde e alluminio a basse emissioni potranno inoltre essere valorizzati attraverso meccanismi di incentivazione.

In cambio, Berlino accetta una preferenza europea per la produzione automobilistica, estesa anche al Regno Unito, alla Norvegia e all’Islanda. È il punto di equilibrio tra le ambizioni francesi di rafforzare il made in Europe e la necessità tedesca di preservare catene del valore integrate oltre i confini dell’Unione. L’intesa segna così un compromesso al ribasso sul fronte climatico: la flessibilità concessa all’industria attenua la portata degli obiettivi di decarbonizzazione, pur senza cancellarli. Un orientamento già emerso in altri dossier europei, ma non per questo meno preoccupante.