di Benedetta Tobagi
La Repubblica, 15 maggio 2022
Eravamo in piedi, in silenzio, nel cortile della Questura di Milano in via Fatebenefratelli, con una trentina di studenti dell’ultimo anno delle superiori, punto d’arrivo di una camminata nel centro di Milano. Dai luoghi dell’autunno caldo del ‘69 a piazza Fontana, a piazza del Duomo, dove 300mila persone si stiparono per i funerali delle vittime, mentre i depistaggi prendevano la rincorsa, con la bomba inesplosa della Banca Commerciale fatta “brillare” e la forzatura nel riconoscimento di un tassista che inchioda l’anarchico Valpreda nel ruolo di mostro. Infine, quel cortile, ai piedi della finestra da cui Pinelli precipitò, illegalmente trattenuto e ingiustamente calunniato - perché non c’entrava nulla con quella bomba messa dai terroristi neri. E accanto al busto del commissario Luigi Calabresi, assassinato tre anni dopo da chi lo riteneva colpevole di quella morte. Nel silenzio, un tonfo improvviso.
Era solo un piccione che aveva fatto cadere qualcosa da un davanzale, ma in quel luogo così denso di storia e di dolore, ci ha colpito come uno schiaffo. Allora ho pensato che per trasmettere ai ragazzi una memoria della violenza e dei terrorismi che abbia un qualche significato, a mezzo secolo e oltre di distanza dai fatti, la prima cosa essenziale è avere il coraggio di stare. Star fermi con loro davanti al cratere buio dell’intrico di torti del Novecento. Senza scappare, senza riempirli di parole retoriche. Illuminare i diversi lati della storia, i punti di frattura. Aiutarli a sentire il peso - umano e politico - dell’ingiustizia, della mancata verità e poi della morte violenta inflitta da chi ha preteso di scavalcare la legge e autoproclamarsi “giustiziere”. Vedere la loro incredulità, il loro stupore: ma è successo davvero? stare a sentire i loro pensieri, le domande, le emozioni che affiorano. Così, insieme, diventa possibile deporre certe schegge di memoria acuminate, ancora roventi, sul grande tavolo comune costruito attraverso la ricostruzione storica, un tavolo che poggia sulle gambe solide della Costituzione che regola il nostro vivere insieme, e anche quando viene violata e abusata resta lì. Il tavolo a cui tanti, prima di loro, hanno fatto lo sforzo di restare seduti, anche se costava loro moltissimo.
Vedo come i ragazzi ascoltano un uomo di ottant’anni che racconta cos’ha significato vedere il padre fatto a pezzi da una bomba e poi attendere giustizia, invano, per decenni. La domanda più frequente: “ma come fa a credere ancora nello Stato?”. Nel Paese dell’antipolitica è una domanda nient’affatto banale. Rispondere con sincerità è difficile. Ciò che rende feconda la trasmissione della memoria, credo, è innanzitutto, lo sforzo di essere fedeli alla verità, e alla complessità, dei fatti. Ragionare sul carico di rabbia e di dolore che si portano dietro le diverse esperienze, senza farsene risucchiare, per imparare come fare le cose diversamente.
Il mondo è cambiato, ma lo è poi così tanto? Senza appiattire il presente sul passato, ci storie così forti e così dense da non perdere mai il loro significato esemplare. Piazza Fontana parla dei meccanismi perversi del potere. A partire dalla storia di Stefano Cucchi gli studenti riescono a connettersi in modo profondo con lo sdegno per la morte senza giustizia di Pinelli. La feroce campagna diffamatoria contro Calabresi fa riflettere sui meccanismi perversi della character assassination e sulla “logica del nemico”, da cui alla fine, in modo diverso, escono tutti annientati. E poi rimanere in silenzio, nel cortile della questura, perché diventare adulti e cittadini responsabili è sempre un’impresa difficile, ma passa anche da lì.










