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di Padre Enzo Fortunato

Il Sole24 Ore, 20 dicembre 2024

La speranza del Giubileo è speranza di perdono, riconciliazione, misericordia che allarga i confini della giustizia. È la consapevolezza di un tempo della coscienza che illumina i valori fondamentali di ogni comunità: come vivere un tempo che dia nuove possibilità, oltre i nostri pregiudizi, nuove vie per il dialogo, l’incontro, la pace giusta, la sicurezza di tutti, nessuno escluso. Secondo i dati del ministero della giustizia, al mese di ottobre 2024, le carceri italiane ospitavano 62.100 detenuti, superando di oltre 10.000 unità la capacità regolamentare.

Questo fenomeno di sovraffollamento riguarda la maggior parte delle regioni italiane, con alcune strutture che presentano tassi di occupazione estremamente elevati. Un caso emblematico è quello del penitenziario di Taranto, in Puglia, che registra un sovraffollamento del 196,4 per cento. La popolazione carceraria italiana è composta principalmente da individui di età compresa tra i 50 e i 59 anni e nella media ha, come titolo di studio, la licenza della media inferiore. Sebbene le donne costituiscano una piccola frazione dei detenuti, nel novembre 2023 si contavano 22 madri che vivevano in carcere con 23 figli. I bambini in carcere sono una vergogna!

Almeno su questo dovremmo essere tutti d’accordo. In questo quadro difficile, il mondo del carcere ha evidenziato in questi anni l’emergenza suicidi, casi di maltrattamenti anche contro i minori e l’inadeguatezza di vecchi edifici che dovrebbero essere semplicemente chiusi. Questo aggrava le condizioni di vita, con problemi come spazi ristrettissimi, impianti igienico-sanitari inadeguati, scarsa ventilazione e riscaldamento insufficiente durante i mesi invernali. Si può dire che il carcere oggi fa fatica a rispettare sostanzialmente l’articolo 27 della Costituzione italiana.

Ce lo ricordiamo bene l’art. 27? “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”. Il carcere dovrebbe essere il luogo di un’altra possibilità, nel rispetto della legge, della dignità delle persone detenute e dei diritti fondamentali.

Una nuova possibilità per cambiare, per aiutare gli altri e la comunità, nel rispetto rigoroso della giustizia e della legalità. Questi sono i principi di una giustizia basata sulla forza del diritto, e non sul diritto della forza. In base ai dati del ministero di Grazia e Giustizia, gli immigrati detenuti sono quasi 2omila, praticamente un terzo. Su 62mila, i detenuti in semilibertà sono appena 1.370. È questa la realtà che dimostra quanto sia complesso essere avviati ad un’altra possibilità di vita. Insomma, il secondo tempo non arriva mai, se non per pochi fortunati.

Per questo Giubileo, com’era già avvenuto per altri Anni Santi, il Papa chiede anche qualcosa di più. Propone a tutti i governi del mondo iniziative che restituiscano speranza ai detenuti, anche “forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi”. Si dovrebbe mirare ad una nuova economia del riparare, del recuperare e del ricominciare: sottolineando l’importanza dell’inserimento lavorativo dei detenuti, sia durante la detenzione che nel periodo post-detenzione, come strumento fondamentale per il loro recupero e reinserimento sociale.

In Italia, solo il 25% dei detenuti è coinvolto in attività lavorative all’interno delle carceri, ma la formazione e le opportunità di crescita professionale sono limitate. Al termine della pena, gli ex detenuti si trovano a fare i conti con il pregiudizio sociale e la difficoltà di trovare un impiego stabile, con una disoccupazione nazionale elevata. L’invito è, dunque, a una riforma che favorisca l’accesso al lavoro e alla formazione, garantendo un vero e proprio percorso di recupero, non punitivo, che possa restituire dignità ai detenuti e apportando, inoltre, valore economico aggiunto.

Per quanto siano provvedimenti impopolari per qualunque governo, bisognerebbe avere il coraggio di promuovere una svolta per un carcere più umano e più capace di costruire progetti di giustizia riparativi e di reinserimento sociale. Il 26 dicembre nel carcere romano di Rebibbia il Papa aprirà una Porta Santa. Speriamo che altre siano aperte, ma che sia aperta soprattutto la Porta del nostro cuore che ama e non odia, che costruisce futuro e pace per tutti, senza più indifferenza nei confronti di chi vive in prigione. Colpisce sempre la domanda che si fa Papa Francesco quando visita un carcere: “Perché loro e non io?”.