sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Donatella Di Cesare


La Stampa, 12 dicembre 2020

 

Dovremmo forse cominciare a credere che la questione sia una subdola e inconfessabile complicità tra Stati. Una complicità, per cui l'uccisione di un cittadino può essere in fondo trascurata per un certo "interesse comune" - economico, politico, istituzionale - che viene fatto valere più o meno tacitamente. Così si spiega l'alternanza tra proclami altisonanti, con cui si promette verità, e gli esiti del tutto inconsistenti.

Non si tratta di un'ambiguità morale, ma di una costitutiva doppiezza politica. La storia drammatica di Giulio Regeni ci insegna con chiarezza che il passaggio da cittadino a vita sacrificabile è molto più breve di quel che non si immagini. Ciascuno dovrebbe riflettere su questo. Non basta inquietarsi, non è sufficiente sentirsi chiamati in causa dal suo corpo orrendamente martoriato, che chiede ancora giustizia. Occorre una riflessione politica più profonda, dato che quella sorte spietata potrebbe toccare a un altro cittadino.

"Giulio, uno di noi" significa proprio questo: Giulio come noi, noi come Giulio. La questione riguarda allora il rapporto tra cittadino e Stato: il cittadino che finisce per diventare inerme e lo Stato che, spinto a esercitare la propria sovranità nelle zone più oscure del diritto di polizia, da protettore passa a sbirro e aguzzino.

Quale Stato è colpevole verso Giulio? Certo, il carnefice è lo Stato egiziano. Ma complice è ormai anche lo Stato italiano la cui doppiezza in questi giorni, come d'altronde negli anni precedenti, nessuno potrebbe negare. E che dire poi anche degli altri? L'immagine di Al Sisi che riceve la Gran Croce della Legion d'Onore dalle mani di Macron ne è una conferma. L'autocrate con le mani insanguinate si presenta come leader occidentalizzato, anzi come baluardo laico contro la barbarie islamista. Perciò lo si riceve a corte e si concludono cospicui affari.

La celebrazione dei diritti umani appare allora grottesca. Oggi non si capisce più neppure che cosa significhi questa formula sempre più vuota. Sappiamo bene che in questo mondo ripartito tra Stati nazionali un essere umano nella sua nudità, privo di un drappo che lo protegga, non conta nulla e in effetti rientra in quell'umanità superflua che si può semplicemente lasciar morire senza doverne neppure rispondere. Mai come ora un essere umano appare privo di diritti. Il caso di Giulio ci dice che ciò può avvenire anche a un cittadino. In questo frangente è venuta alla luce la repressione che, con brutale sistematicità, gli apparati di sicurezza egiziani esercitano contro i movimenti di opposizione. Ma casi di tortura si verificano anche nelle democrazie, dove la tortura è una pratica amministrativa. Non possiamo dimenticare la storia recente del nostro Paese e i tanti casi in cui lo Stato, per mano di un suo agente, ha perso legittimità violando il corpo di un cittadino.

Eppure, la tortura è anche una tecnica attraverso cui un regime privo di fiducia ottiene un simulacro di credibilità. Sulla pelle della vittima pretende di stilare il consenso e restaurarsi. Ed è quanto è avvenuto al regime di Al Sisi. Il torturato paga per gli altri, paga per noi. Sono i cittadini che devono mobilitarsi - in Italia e, cosa ben più difficile, in Egitto. Non basta sapere i nomi degli agenti. È necessaria la condanna anche e soprattutto come gesto politico simbolico. Finché non ci sarà, il corpo di Giulio, lavagna dell'orrore, dove gli aguzzini hanno tracciato le lettere del loro fatuo potere, deve diventare, come ha detto la madre Paola Regeni, "specchio" eloquente dei diritti umani nel mondo.