di Liana Milella
La Repubblica, 16 aprile 2022
Né profili di incostituzionalità, né “schedature”, ma una riforma frutto “di un’ampia maggioranza in cui gli approcci dei partiti sono diversi e la sintesi è ancora più travagliata”. Questa l'opinione del docente di Roma Tre. “Serve una norma transitoria per i magistrati oggi in politica come il presidente della regione Puglia Emiliano”.
Riforma del Csm incostituzionale? “Non mi pare proprio”. Magistrati sotto l’incubo della schedatura? “Non corrono questo rischio, il grande fratello di Orwell non deve entrare nei palazzi di giustizia”. La stessa riforma di Berlusconi? “Oggi siamo proprio su un altro pianeta”. Il costituzionalista di Roma Tre Alfonso Celotto valuta la riforma del Csm e dice: “Forse non sarebbe piaciuta a Montesquieu, che voleva una magistratura come ordine e non come potere, ma comunque è un buon compromesso”.
I giudici sono contro la riforma Cartabia, per loro è incostituzionale...
“Io non vedo grandi profili di incostituzionalità, vedo preoccupazioni e polemiche perché si tratta di un nodo molto difficile da affrontare. Sappiamo che il nostro modello di ordinamento giudiziario risale per gran parte ancora a 80 anni fa e sappiamo anche che si tratta di un modello che non ha dato buona prova negli ultimi anni, come dimostra il caso Palamara, che in fondo è solo l’epifenomeno di un malessere più ampio”.
Sì, ma qui i magistrati scenderanno in sciopero, come non avveniva ormai da anni e anni...
“Lo sciopero è un diritto legittimo per manifestare il dissenso. Mi preoccupa vedere molto ‘benaltrismo’, cioè tanti dicono che ci vorrebbe ben altro, ma senza fare proposte concrete, operative e costituzionalmente legittime”.
La riforma, come si può leggere nelle chat e nei documenti dei giudici, è quella che avrebbe voluto Berlusconi?
“Questa non mi pare proprio la riforma che arriva da un solo partito, né da un solo leader, anzi è una legge frutto di una maggioranza sofferta e con molte anime. Ma, a differenza della riforma costituzionale di Berlusconi, quella di Cartabia non affronta per nulla temi come gli ‘scudi’ e le prerogative per proteggere la politica dalle inchieste, come aveva tentato di fare l’allora premier con i lodi Schifani e Alfano”.
Però le toghe vedono punti della riforma che intaccano la loro autonomia e indipendenza. Come il fascicolo personale per ognuno di loro...
“Il fascicolo già esiste. Va letto e applicato come strumento di trasparenza e non come strumento di controllo. Ovviamente per ora siamo di fronte a una legge delega e bisognerà vedere come sarà concretamente applicata. Comunque sarebbe impensabile arrivare a un fascicolo che vada a controllare e a giudicare i singoli provvedimenti. Ma può e deve essere un criterio concreto e trasparente per misurare la professionalità dei magistrati. Anche perché il punto è questo: come fai a giudicare se il singolo magistrato è effettivamente produttivo se non andando a verificare i suoi singoli provvedimenti, non a fini di giudizio ma per offrire la fotografia complessiva del lavoro svolto. In quest’ottica è importante che il fascicolo sia aggiornato annualmente, e non come adesso ogni quattro anni”.
Però Enrico Costa di Azione, che ha proposto la modifica, parla di “una svolta storica” rispetto al fascicolo che esiste già oggi, ma il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia ci vede una schedatura che scatenerà una corsa alla carriera più che alle buone decisioni giudiziarie...
“Non sono valutazioni queste che spettano a un professore di diritto costituzionale. Ma a me pare che questa forma di fascicolo, con le dovute garanzie, sia uno strumento di efficienza e professionalità, anche perché contiene, e non può che contenere, dati, e non valutazioni di merito”.
Però conterrà anche l’esito dei processi e le eventuali bocciature a cui, per esempio, un pm può andare incontro. Non ci vede il rischio di controllare l’attività giudiziaria, con l’effetto di spingere una toga a pensare più agli effetti sulla carriera che non a fare effettivamente giustizia soprattutto di fronte a casi difficili, o ancor più che riguardano la politica?
“Il mestiere del giudice è difficilissimo. Il grande re Carlo Magno, nel nono secolo, per avere una giustizia più giusta, dovette imporre ai magistrati di svolgere i processi soltanto al mattino perché dopo pranzo erano stanchi e obnubilati dal cibo e dal vino”.
Che c’entra adesso Carlo Magno?
“C’entra, perché applicare la legge con saggezza ed equilibrio è un problema antico come la storia dell’uomo. La macchina della giustizia, che oggi affronta ogni anno un milione di processi, deve avere strumenti di efficienza e di valutazione, nel rispetto delle garanzie costituzionali. Anche i magistrati, come tutte le persone, non sono tutti i uguali. E questo deve emergere anche nella raccolta dei dati di produttività”.
Ma il punto è proprio questo, il rischio di spingere la toga verso una logica aziendalista e che ovviamente rischia di scatenare, e non certo frenare, la corsa alla carriera...
“La giustizia è un servizio indispensabile per far funzionare bene uno Stato. L’interpretazione di come i singoli magistrati applicano la propria funzione resta sempre affidata al carattere della persona. Ma il sistema deve garantire una cultura della giustizia e strumenti trasparenti, oggettivi ed efficaci per garantire i singoli e la funzione nel suo insieme. Ovviamente si tratta di un punto difficile. Ancor più perché questa è una riforma obbligata nei tempi, in quanto va approvata prima del rinnovo del Csm, e nel contesto di un governo a così ampia maggioranza in cui gli approcci dei partiti sono diversi e la sintesi è ancora più travagliata”.
Già, la legge è urgentissima, la fiducia è dietro l’angolo, e già si parla di una possibile proroga dell’attuale Csm. Mentre fioccano le critiche alla scelta elettorale, con il sorteggio dei distretti e un sistema maggioritario binominale. Ma lei, proprio da esperto di sistemi elettorali, come la giudica?
“Non esiste mai un sistema elettorale perfetto. Il sorteggio puro è un modello che poteva funzionar soltanto nell’Atene del quinto secolo avanti Cristo. Qui è importante invece introdurre elementi di imprevedibilità in un meccanismo che era troppo legato alla rappresentatività per correnti. Ben venga allora un pezzo di sorteggio, come pure è avvenuto secoli fa nella nomina del Doge a Venezia. Mi pare anche utile che sia previsto il sistema binominale e la possibilità di candidature individuali, sempre al fine di evitare spartizioni e calcoli elettorali”.
Mattarella ha chiesto più volte una legge per sconfiggere le correnti. Questo metodo elettorale può farlo?
“Quando bisogna eleggere una decina di persone su una base di diecimila votanti è inevitabile che ci siano partiti e correnti. L’importante è cercare strumenti che limitino la prevedibilità dell’esito e la spartizione preventiva dei posti”.
Un solo passaggio di carriera da pm a giudice e viceversa. Svuota il referendum radical leghista sulla separazione delle carriere?
“Una vera separazione deve passare da una riforma costituzionale, perché sappiamo che i costituenti hanno scelto l’indipendenza dei pm dal governo come forma di garanzia. Negli ultimi decenni sono stati introdotti per legge elementi sempre maggiori di differenziazione delle funzioni. Già oggi sappiamo che un magistrato può passare all’altra funzione solo quattro volte, e comunque non nello stesso palazzo di giustizia. Arrivare a un solo passaggio completerà questo percorso”.
La stretta sulle cosiddette “porte girevoli”, per cui il magistrato che si candida non potrà tornare operativo, non si presterà a un ricorso alla Consulta?
“La Costituzione limita la libertà politica dei magistrati escludendo che possano iscriversi ai partiti. Pur tuttavia è ben giusto che una toga possa candidarsi e che, al suo rientro, non lavori più in un palazzo di giustizia”.
E che succede per chi, già oggi, è in politica? Penso ai due magistrati in Parlamento, Ferri e Bartolozzi, nonché al presidente della Regione Puglia Emiliano...
“Nessuna legge può essere retroattiva, e quindi queste giuste limitazioni saranno operative soltanto per chi si candiderà dopo la loro entrata in vigore. Alle toghe oggi in politica va garantita una norma transitoria che possa farle tornare in magistratura, visto che quando loro si sono candidate era possibile farlo”.









