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di Antonio Nastasio*

bergamonews.it, 15 settembre 2024

Il caos implode tra le sbarre delle patrie galere sotto il peso della sua incapacità, e nonostante questo cerca consenso tra le sue rovine. È noto nella storia dell’umanità che, di fronte agli errori, si cerchi sempre un “colpevole” lontano da sé stessi, come per il carcere, sprofondato in un caos totale, schiacciato da regole obsolete, condannato ad un fallimento ormai evidente a tutti. I fatti riportati dai mass media mostrano il sistema penitenziario italiano in pieno conflitto interno, un colosso al collasso, vittima di una cronica mancanza di visione strategica e di una palese attesa del cosa fare e del dove andare. Anziché affrontare le cause profonde della crisi del sistema carcerario, chi governa ha trasformato le carceri in vere e proprie zone di conflitto, rispondendo alla violenza con altra violenza, anziché il dialogo; dando così avvio ad un circolo vizioso che anche volesse intraprendere la strada per migliorare, non fa che peggiorare la situazione.

Infatti alla richiesta di essere adempiente ai servizi, mettendo a disposizione mezzi personale, ha scelto di svuotare gli uffici di base, sacrificando il lavoro fondamentale in sezione col detenuto, per rafforzare il centro direzionale. Ebbene questo “spirito innovativo” ha lasciato un sistema già fragile senza risorse, amplificando le criticità e rendendo il carcere un simbolo di fallimento istituzionale, rafforzando l’autoreferenzialità, che ha il vanto di allontanare dalla realtà quotidiana sia gli operatori che dei detenuti.

Ma parlare genericamente di “carcere” è riduttivo: è più corretto riferirsi alle sezioni custodiali, dove il difficile è posto e la criticità da gestire sono posti a normalità e sistema; e qui che si crea tensione tra chi vi opera costantemente tra personale di custodia, infermieri, medici, educatori e servizi offerti dal volontariato.

L’agente di Polizia Penitenziaria, sempre presente nella gestione di persone, eventi e situazioni, non dovrebbe ricorrere alla violenza per poi trovarsi coinvolto in procedimenti giudiziari, suo compito è far sì che le sezioni detentive diventino spazi di convivenza, dove il rispetto reciproco prevalga e non si creino tensioni. Ma gli è davvero consentito di svolgere questo ruolo come dovrebbe?

E il detenuto, ha davvero la possibilità di vivere la detenzione come un percorso di cambiamento di vita, limitato si alla privazione della libertà, oppure la sua pena si carica di un’ulteriore afflittività? Vivendo in ambienti sovraffollati e inadeguati, dove la dignità personale è spesso messa alla prova, in un simile contesto, la detenzione rischia di diventare non solo un periodo di privazione, ma un’esperienza di sofferenza aggiuntiva, che non facilita il pensiero positivo, ma lo rende ancor più complesso. L’amministrazione penitenziaria, immersa nei “sì” e nei “ma”, finisce spesso per rifugiarsi nei “no”, anche perché questi ultimi hanno il vantaggio di spostare il problema ad un altro organo, risolvendo così, la questione, a livello di risposta al problema.

Anche se sembra che occupare un posto (politico o tecnico) sia sufficiente a comprendere la situazione, chi proviene dalla “vecchia scuola” ha una visione diametralmente opposta e provocatoria, perchè mette in luce il conflitto tra l’apparente sufficienza della mera esperienza formale, e magari manca pure quella, e il valore della competenza reale, radicata nella pratica e nella conoscenza concreta delle dinamiche carcerarie.

Se tutti i problemi nascono e muoiono nelle sezioni, in quanto contenitori di per se emblematici, parrebbe non più rimandabile l’idea di istituire la figura del dirigente di sezione detentiva, autorità capace di garantire legalità e rispetto e di contrastare l’ingresso di oggetti e sostanze proibite, come cellulari e droghe, ruolo che non può essere affidato a un agente neo-arrivato, ma deve essere ricoperto da un professionista esperto e autorevole, che abbia la capacità di fare rispettare le regole e di proteggere gli altri agenti di custodia. Gli operatori penitenziari non possono infatti essere lasciati soli nell’affrontare le sfide quotidiane di lavorare a stretto contatto con persone che non accettato la detenzione, ma necessitano di una guida esperta, che pare l’Amministrazione Penitenziaria non sappia e non voglia fare: se l’istituzione del ruolo del dirigente di sezione non è in grado di realizzarla, che passi la mano ad altri!

Le proposte di riforma non mancano: dalle riforme delle carceri del governo Monti, carcere gestiti da enti privati, o alle mie precedenti proposte di Casa Giustizia del 2008, struttura ricavata da stabili dismessi gestiti dall’Ente Locale e Privato sociale, che dal 2013 vengono riproposte ai vari Guardasigilli sempre con varianti diverse, segno che chi li porta all’attenzione poco ha capito della loro importanza e ancora meno del loro apporto verso la giustizia sociale.

Queste strutture potrebbero essere collocate, ad esempio, in ospedali dismessi per accogliere i malati di mente, (non è dare il via ai passati Opg) e coloro che abbisognano di terapie non facili da attuare in carcere, permettendo loro di ricevere cure costanti invece di terapie di contenimento. Ciò garantirebbe non solo una terapia adeguata, ma anche la liberazione di posti nelle carceri, offrendo un’alternativa dignitosa a chi non ha nulla a che fare con la detenzione. Allo stesso modo, si pensi a coloro che, privi di risorse economiche, restano in carcere solo perché poveri, in palese

violazione del principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione. Questi individui potrebbero essere accompagnati verso un reinserimento graduale nella società, evitando di essere semplicemente scaricati dalle carceri e di ricadere nella criminalità, una soluzione che favorirebbe una vera giustizia sociale e una reale integrazione.

Un altro vantaggio sarebbe l’allontanamento dal carcere di persone, quello che non avviene con le Rems, struttura sanitaria di accoglienza per i malati di mente autori di reato, unità sanitarie poste dentro alle mura del carcere, peraltro molto costose con offerte, in termini di numeri minimo. Rimangono nelle sezioni detentive i malati mentali detenuti non in crisi, i tossicodipendenti e i malati terminali, che spesso muoiono lontano dai propri familiari e chi è povero e non ha risorse esterne come gli stranieri o homeless o” criminali stagionali “solitamente invernali. Liberando questi posti letto in carcere, si creerebbe spazio per a chi ha commesso reati più gravi, evitando di ricorrere agli arresti domiciliari, una pratica che in molti casi non risponde alla gravità del reato e contribuisce a indebolire il senso di giustizia nella società.

Se è giusto punire, è imperativo che la punizione non diventi una condanna eterna che si estende oltre la morte, lasciando a chi resta solo odio e un risentimento profondo, capace di evolversi in forme estremamente negative. Parlo di questo con una consapevolezza profonda, ma scelgo di lasciare nel non detto il ricordo crudo e drammatico che accompagna tale realtà, ma vorrei che non si riproponesse.

Altra proposta, oltre alla figura del dirigente di sezione detentiva, e il collocamento di una serie di detenuti in strutture dismesse, riguarda la creazione di un gruppo di lavoro stabile, ovvero un istituendo Ispettorato Nazionale indipendente dalle periferie, necessario per fornire consulenza e strategie senza piegarsi a logiche contingenti o influenze esterne, rispettando il vero mandato dell’istituzione, nonché le ispezioni costanti per valutare il grado di operatività e di qualità del servizio reso, oltre le ispezioni d’urgenza per fatti gravi ed improvvisi.

L’Amministrazione, nel suo stesso interesse, dovrebbe promuovere la costituzione di questo Ispettorato Nazionale, altamente specializzato e basato su solide esperienze. Questo anche in un’ottica di controllo sulla vita in sezione. Il compito non sarebbe solo quello di controllo, ma di orientare e supportare strategicamente la periferia, verso l’orientamento operativo del Ministro,

analizzando le criticità operative e superando i dubbi e il non fare con la logica del “punisco o non punisco” per convenienza. Una struttura stabile, con personale in grado di definire strategie efficaci, garantirebbe una gestione coerente e imparziale, evitando la continua creazione di gruppi temporanei. Questa proposta ha un suo fondamento operativo da parte dell’unico Ispettore Nazionale, mai realmente messo in condizione di svolgere il suo incarico, ne credo oggi da qualcuno abbia ricoperto, almeno per settore non detentivo.

Se non si vuole considerare la sezione custodiale come il luogo per la sola punizione, ma contemporaneamente dare speranza offrendo servizi, allora è il momento di sciogliere tutto e commissionare la gestione al settore privato (ci sono diverse esperienze illuminanti in Europa) vigilandone la capacità di rendere l’espiazione della pena un processo legalmente corretto. Come scrisse Seneca: “Non quia difficilia sunt, non audemus; sed quia non audemus, difficilia sunt”, ovvero “Non affrontiamo le difficoltà perché sono difficili, ma sono difficili perché non le affrontiamo”. Senza una riforma decisiva e la volontà di conoscere e cambiare, il sistema penitenziario continuerà a sprofondare nel disastro e il caos implode tra le sbarre.

*Dirigente superiore del Ministero della Giustizia in quiescenza