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di Liana Milella

La Repubblica, 15 marzo 2022

Alla Camera il governo impone una drastica potatura degli emendamenti, alla fine ne restano 250. Il Csm voterà il parere tra domani e giovedì: no al diritto di voto degli avvocati. Sulle “porte girevoli” no alla norma che penalizza i capi di gabinetto.

C’è maretta alla Camera per la drastica potatura degli emendamenti alla riforma del Csm. Che da oltre mille diventano 250. “Draghi aveva promesso di non mettere la fiducia, ma così si soffoca il dibattito” dice una voce dissidente della maggioranza. Ma tutti obbediscono al diktat del presidente della commissione Giustizia Perantoni di M5S.

Che giunge proprio nelle stesse ore in cui il parere del Csm sulla riforma Cartabia, che ha rivisto la Bonafede, dalla sesta commissione approda ufficialmente nell’ordine del giorno che sarà discusso tra domani e giovedì in plenum. E il Csm boccia la legge elettorale - un maggioritario con uno spruzzo di proporzionale - perché penalizza le minoranze, nonché le “pagelle” per la carriera dei giudici, e ancora la stretta per i capi di gabinetto che, dice il Csm, non possono essere trattati come le toghe che si candidano e non sono elette. Ma il Csm è critico anche sul diritto di voto degli avvocati nei consigli giudiziari. E Area, la corrente di sinistra dei giudici, si batterà nel corso del plenum per chiedere di eliminare l’illecito disciplinare previsto da Cartabia che punisce il procuratore che non rispetta il decreto sulla presunzione d’innocenza. Cioè indice conferenze stampa per diffondere notizie che vanno oltre la pubblica utilità.

Con un testo di ben 142 pagine, il Csm fa le pulci alla riforma. E arriva una pioggia di no, per esempio alle “pagelle” sulla professionalità con tanto di voto da “buono a ottimo”. Ma anche un no all’illecito per punire un eventuale ritardo nel compiere degli atti. E ancora, un no all’idea di inserire anche avvocati e professori nella struttura del Csm. Nonché ancora no all’idea di ridimensionare l’ufficio studi del Csm, a tutt’oggi una colonna portante per la vita stessa del Consiglio.

Ma vediamo di incrociare quello che succede in Parlamento con il parere del Csm. Che arriva proprio mentre si fa caldo lo scontro in commissione sulla riforma che il 28 marzo è prevista dal calendario dell’aula. Draghi ha garantito che non ci sarà la fiducia. Ma Lega, Forza Italia e Azione presentano un pacchetto pesante di emendamenti. Che fa leva soprattutto sulla legge elettorale - Lega e Fi chiedono a gran voce il sorteggio - ma anche su regole intransigenti sulle “porte girevoli”.

Ma a che punto siamo in commissione? Anche se “obtorto collo” i gruppi hanno accettato la potatura chiesta dal presidente Mario Perantoni di M5S, per cui da un migliaio si è passati a 250 emendamenti. Che restano comunque minacciosi, come quelli sul sorteggio per eleggere il futuro Csm, perché, almeno in commissione, centrodestra di governo e centrodestra d’opposizione fanno maggioranza. Anche se in aula la situazione si ribalta. Le proteste più dure vengono da Enrico Costa di Azione, che lamenta “i nove mesi di attesa” per arrivare comunque alla proposta Bonafede, e frustrati adesso dal taglio della discussione. Ma la riforma deve andare in aula il 28 marzo. Eugenio Saitta di M5S, e relatore della riforma, chiede un contro di maggioranza.

Le critiche alla legge elettorale - Certo è che ora chi contesta la riforma potrà fare sponda anche con le critiche in arrivo dallo stesso Csm. Di cui ne anticipiamo la sintesi. Partendo dal “sistema elettorale”: “L’articolazione del Csm - si legge nel parere approvato dalla sesta commissione - non deve in linea di principio rispondere a una logica di governabilità, ma deve essere espressione delle diverse visioni dell’organizzazione giudiziaria e della giurisdizione proprie della magistratura. Il sistema elettorale introdotto, pur essendo prevalentemente maggioritario, prevede un correttivo proporzionale che mira ad offrire ai gruppi minori una rappresentanza in Consiglio. Correttivo tuttavia insufficiente poiché anche con tali modifiche le minoranze potrebbero essere sottorappresentate, mentre i gruppi di maggiori dimensioni potrebbero essere sovra rappresentati”.

E quella sugli illeciti disciplinari per il ritardo - Nella stretta sugli illeciti disciplinari, al Csm non va giù quello “sul reiterato, grave e ingiustificato ritardo nel compimento di atti, in caso di rispetto da parte del magistrato del piano di rientro adottato dal capo dell’ufficio, perché presenta incompletezze e necessita di integrazioni volte a chiarire: se la causa estintiva operi solo nel corso del procedimento disciplinare o anche dopo la sua conclusione; nel primo caso occorrerebbe prevedere che il procedimento disciplinare rimanga sospeso nel caso in cui le verifiche periodiche siano positive; nel secondo caso deve essere revocata la sentenza di condanna, disciplinando il relativo procedimento”.

Penalizzato chi fa parte della disciplinare - Secondo il Csm il sistema di incompatibilità introdotto per i componenti effettivi della Sezione disciplinare “finisce con l’escludere irragionevolmente questi ultimi dalla quasi totalità delle attività svolte in sede referente” e quindi “non appare utile al conseguimento dell’obiettivo di rendere più spedita l’attività della sezione disciplinare e delle altre articolazioni consiliari, né, infine, è giustificato nell’ottica di rafforzare l’immagine di imparzialità e della terzietà del giudice disciplinare”.

No alle pagelle con i voti - La riforma Cartabia vuole eliminare il carrierismo, ma il meccanismo delle “pagelle” con i voti da ottimo, a buono a discreto, rischia solo di peggiorare la situazione. “Le valutazioni di professionalità sono funzionali alla verifica periodica della permanenza in capo al magistrato dei valori di capacità, laboriosità, diligenza e impegno, cosicché la previsione di un giudizio ad hoc - graduato in discreto, buono, ottimo - sulla capacità di organizzare il proprio lavoro, che è già compresa nel parametro della diligenza, è del tutto ultronea e, portando a un’inammissibile classifica tra magistrati dell’ufficio, potrebbe finire per stimolare quel carrierismo che la riforma vorrebbe invece eliminare”.

No agli avvocati che giudicano i giudici - Netta chiusura, perché “presenta criticità”, sul ruolo riconosciuto agli avvocati nei consigli giudiziari per votare anche sulla carriera dei magistrati: “Rischia di introdurre inopportune ricerche di consenso presso il Foro locale da parte dei candidati”. E inoltre questo voto “desta forti perplessità, tenuto conto che i membri laici continuano a svolgere, nel corso del mandato consiliare, l’attività forense nello stesso distretto del magistrato in valutazione. La norma inoltre presenta aspetti di irragionevolezza nella discriminazione che introduce rispetto alla componente laica del Consiglio giudiziario rappresentata dai professori universitari, ai quali non è riconosciuta analoga facoltà”.

Via Arenula viola la Costituzione sui piani delle procure - “Dubbi di legittimità costituzionale” sull’intervento di via Arenula sui progetti organizzativi delle procure. Il testo della Guardasigilli prevede che i piani vengano mandati a Roma per essere esaminati con l’obiettivo di formulare “eventuali osservazioni”. Ma proprio questo passaggio solleva, per il Csm, “dubbi di legittimità costituzionale, in quanto prevede la formulazione, da parte del ministro della Giustizia, delle proprie osservazioni in relazione ad una materia, quella del progetto organizzativo dell’Ufficio del Pubblico ministero, attinente al cuore dell’esercizio della funzione giurisdizionale requirente, incidendo dunque, in maniera profonda, prima ancora che sulle prerogative consiliari, sulle modalità mediante le quali il Procuratore organizza e svolge la funzione giurisdizionale requirente allo stesso assegnata in esclusiva titolarità”.

Le porte girevoli - Il giudizio del Csm sulla legge Cartabia è positivo, con un solo neo, quello dei capi di gabinetto. È la stessa critica che fa il Pd. Dice il parere: “Introdurre un temporaneo divieto di esercizio delle funzioni giudiziarie per i magistrati che abbiano svolto incarichi di diretta collaborazione non tiene in adeguata considerazione la natura tecnica di tali incarichi ed appare irragionevole rispetto alla disciplina del ricollocamento in ruolo dei magistrati candidati alle elezioni politiche e non eletti, ai quali è consentito l’esercizio delle funzioni giudiziarie”. Secondo il Csm, questa disposizione, come quella che riguarda i magistrati che abbiano assunto incarichi di governo, “finisce per avere un effetto premiale consentendo la permanenza di tali magistrati al di fuori della giurisdizione anche in deroga ai limiti previsti dalla normativa ordinamentale e favorendo la prosecuzione di possibili carriere privilegiate”.