di Adolfo Di Majo*
Il Fatto Quotidiano, 5 maggio 2022
Occorre veramente domandarsi se la riforma della ministra Cartabia, al secondo passaggio in Senato, corrisponda veramente alle criticità di cui oggi soffre il nostro sistema giudiziario. L’Associazione nazionale dei magistrati ha proclamato lo sciopero contro la riforma.
È da ritenere che il maggiore consenso sulla disfunzioni di cui la Giustizia oggi soffre non è tanto il colore dei giudici, se di destra o di sinistra o la loro scarsa professionalità, visto che, nell’Amministrazione dello Stato, la professionalità dei giudici è quella più alta, o se appartenenti all’una o all’altra corrente della magistratura, come pure è ritornello comune, ma il fatto, ben più concreto e materiale che essa, per i suoi tempi (di decine di anni), si rivela ormai uno strumento spesso non più utile, anzi distorsivo dei rapporti conflittuali.
Ma se codesto è il male maggiore di cui essa soffre, le direzioni verso le quali si muove la riforma Cartabia si rivelano, esse, in gran parte fuoricentro, perché rispondenti a ben altri obiettivi (quale ad esempio la maggiore professionalità del giudice).
A rendere la giustizia uno strumento efficiente e funzionale a fronte di una domanda sempre più pressante serve assai poco, e anzi controproducente, potenziare e rendere più oggettivo il carrierismo dei giudici, istituendo una “pagella” che ne rappresenti il curriculum: non è questa la via da percorrere, accentuando essa invece l’aspetto “burocratico” della carriera, alla ricerca di “errori” commessi dai giudici.
In primo luogo, insistere sulla “carriera” del giudice è già un controsenso: il giudice è sempre tale per la funzione che esso esercita, quale che sia il livello a cui la esercita (forse ancor più nei primi gradi che in quelli successivi), onde il far carriera non modifica di un millimetro la funzione che esso esercita, se non con riguardo alle funzioni direttive che esso può trovarsi a esercitare. Ma alla verifica del suo operato, quanto ai tempi e alle modalità, servono poco le medaglie di cui esso può foggiarsi, bensì la qualità e quantità del suo operato. E, a tale scopo, non possono che servire strumenti che tendano a meglio organizzare il lavoro dei giudici, sia in relazione a una più ragionevole distribuzione dei carichi a essi affidati, nonché a un controllo che deve svolgersi all’interno del singolo Ufficio di cui il giudice è parte.
Sia per l’un verso che per l’altro la insufficienza del nostro sistema è sotto gli occhi di tutti. Il numero dei giudici è chiaramente inadeguato rispetto al carico di lavoro a essi oggi affidato. L’aumento dei giudici, come la loro rotazione, deriva da strumenti (quali i concorsi “antidiluviani”) non più adatti ai bisogni del presente, così come i controlli “interni” all’operato dei giudici sono pressoché inoperanti, affidati come sono, sovente, all’inerzia e alle omissioni dei capi dell’Ufficio - è questo l’aspetto in cui la riforma Cartabia merita invece qualche assenso - o all’intervento, anch’esso, del tutto problematico del Csm, combattuto com’è tra il rispetto dell’indipendenza dei giudici e l’obiettivo di garantire, in ogni caso, la funzionalità del servizio.
Occorre dunque muoversi nella ben diversa direzione di concrete misure organizzative del sistema Giustizia, come quella, in primo luogo, del numero dei giudici, supportate anche da modifiche normative, quale il superamento dei tre (se non quattro) gradi di giudizio, ormai proprio di altre epoche, in cui la giustizia non era concepita come “servizio” reso ai cittadini, ma come esito del conflitto, spesso più teorico che pratico, tra le diverse istanze dei cittadini, nella lotta per l’affermazione del proprio asserito diritto. Conflitto “nobile”, ma che ha poco a che fare con un “servizio” reso ai cittadini.
*Ex componente del Consiglio Superiore della Magistratura










