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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 18 marzo 2025

Davanti agli organi di secondo grado arriveranno come minimo 2.500 cause in più. Così la riduzione degli arretrati diventa impossibile. “Sin da ora si può affermare che il nuovo carico di lavoro previsto per le Corti di Appello inciderà inevitabilmente sul raggiungimento degli obiettivi Pnrr, andando in controtendenza con i dati finora monitorati che hanno rilevato il costante raggiungimento dei predetti obiettivi da parte degli uffici di secondo grado”. Come ampiamente previsto, la decisione del governo di spostare la competenza sulla convalida dei trattenimenti dei richiedenti asilo dalle sezioni specializzate in immigrazione dei tribunali civili agli organi giurisdizionali di secondo grado renderà impossibile la riduzione dei procedimenti arretrati imposta dal Piano nazionale di ripresa e resilienza.

A inchiodare l’esecutivo alle sue responsabilità è l’analisi delle ricadute organizzative di tale trasferimento illustrata mercoledì scorso nel plenum del Csm dal consigliere Marco Bisogni, magistrato della corrente centrista UniCost e relatore dello studio.

L’ufficio statistico del Consiglio superiore della magistratura stima, sulla base dei numeri del 2024 relativi ai procedimenti interessati dalla novità legislativa, un aggravio per le Corti d’appello di oltre 2.500 cause. Come minimo, perché restano dei dati non quantificabili con certezza e bisognerà comunque vedere la portata effettiva dei flussi migratori nel corso di quest’anno (finora leggermente in aumento). In attesa delle cifre esatte che arriveranno soltanto con lo studio sul primo semestre 2025 non c’è comunque spazio per dubbi di sorta: la tendenza a recuperare gli arretrati da parte delle corti registrata negli ultimi anni si invertirà inesorabilmente.

Che sarebbe andata così era chiaro da tempo agli addetti ai lavori. I presidenti delle Corti d’appello lo avevano messo nero su bianco in una lettera indirizzata lo scorso novembre al capo dello Stato Sergio Mattarella e alla premier Giorgia Meloni. Nella missiva parlavano di un “disastro annunciato” che avrebbe reso “irrealizzabili gli obiettivi del Pnrr”.

Nonostante l’allarme, la maggioranza ha deciso di far finta di nulla e tirare dritta per la sua strada approvando la legge a dicembre. Questa sarebbe dovuta servire, nelle intenzioni del governo, a ottenere pronunce favorevoli alla detenzione dei cittadini stranieri originari di “paesi sicuri” nei centri in Albania (e Sicilia) dopo i primi due round di bocciature. Quella speranza non si è comunque realizzata. A gennaio la Corte d’appello di Roma ha liberato i richiedenti asilo portati a Gjader e i colleghi di Palermo hanno fatto lo stesso con quelli rinchiusi a inizio febbraio nel centro di Porto Empedocle. In entrambi i casi è stato rinviato tutto ai giudici di Lussemburgo dove pende la causa sui “paesi di origine sicuri” che segnerà il futuro prossimo dei centri in Albania, a prescindere dal fatto che su di essi decidano i tribunali italiani di primo o secondo grado. Il 25 febbraio si è svolta in Corte Ue l’udienza orale. Il 10 aprile arriverà il parere dell’Avvocato generale. La sentenza è prevista tra maggio e giugno.