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di Simona Musco


Il Dubbio, 30 luglio 2021

 

Il Csm boccia ufficialmente la riforma Cartabia. Proprio mentre in Consiglio dei ministri i partiti trovavano l'intesa, a Palazzo dei Marescialli l'assemblea ha votato le due delibere elaborate dalla sesta Commissione, con le quali sono state cassate le norme volute dalla ministra della Giustizia, prima fra tutte quella sulla improcedibilità, pensata per stemperare lo stop alla prescrizione introdotto dall'ex guardasigilli Alfonso Bonafede.

Un meccanismo che, secondo il plenum, determina "l'irrazionalità complessiva del sistema", con il rischio di "rilevanti e drammatiche ricadute pratiche" delle nuove norme "in ragione della situazione di criticità di molte delle Corti D'Appello italiane". La prima delibera è stata approvata con 16 voti a favore e tre contrari, quelli dei laici della Lega Emanuele Basile e di Fi Alessio Lanzi e della togata di Mi Maria Tiziana Balduini, con quattro astensioni, quelle del laico della Lega Emanuele Cavanna e dei togati di Mi Loredana Micciché, Paola Braggion e Antonio D'Amato.

Prima del voto, il plenum ha respinto l'emendamento sostitutivo proposto dal consigliere Lanzi, secondo cui la riforma Cartabia, seppur con qualche criticità, "nell'attuale sistema politico è l'unica soluzione concretamente e politicamente possibile". Così, invitando a ragionare in termini di "realpolitik" ed evidenziando l'occasione di poter usufruire di ingenti fondi per riformare la giustizia, ha invitato i consiglieri ad eliminare dal parere termini "da tregenda" e a ragionare sull'esigenza di arrivare ad un processo che non duri all'infinito.

Illustrando il parere, il presidente della sesta commissione, il laico M5S Fulvio Gigliotti, ha sottolineato "la dubbia compatibilità" della norma sull'improcedibilità con "fondamentali principi dell'ordinamento, da quello dell'obbligatorietà dell'azione penale a quello di ragionevolezza ed eguaglianza". Gigliotti ha poi segnalato "l'insostenibilità pratica" della riforma che comporterebbe, "in numerosi distretti giudiziari, l'impossibilità di portare a conclusione un gran numero di processi".

"Nessuno pensa che un processo debba durare 10-15 anni - ha sostenuto il togato di Area Giuseppe Cascini. E tutti siamo consapevoli del fatto che l'Europa ci chiede di ridurre i tempi di durata dei giudizi. Ma la soluzione non può certo essere quella proposta dal governo". E secondo il togato, il rischio è "la morte di migliaia di processi in appello e in Cassazione e, dunque, una rinuncia dello Stato a perseguire i reati". Bisognerebbe intervenire, piuttosto, sulle "gravissime patologie del sistema giudiziario italiano, diventate ormai endemiche" la cui "soluzione non può essere quella di mandare in fumo migliaia di processi, e il Csm ha il dovere di segnalare le conseguenze di questa riforma sulla funzionalità degli uffici e sulla resa di giustizia".

Per il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, "il contributo del Csm allo sforzo di ridurre i tempi del processo penale è nello spirito della piena collaborazione. Le scelte operate del governo hanno aspetti di grande positività, come in tema di giudizio di appello e Cassazione - ha sottolineato -. Vi sono però profili critici da evidenziare, pur nella condivisione delle scelte di fondo. Ad esempio, l'opzione per la improcedibilità dopo la sentenza di primo grado dovrebbe essere collegata alla stasi del processo causata da inerzia e non a termini perentori, analoghi a quelli della prescrizione ma più brevi".

Secondo Giuseppe Marra, togato di Autonomia e Indipendenza, "il principio costituzionale della ragionevole durata deve convivere con altri principi costituzionali come quello del diritto alla effettiva tutela giurisdizionale, che riguarda anche le vittime dei reati, le quali hanno un diritto ad ottenere giustizia con sentenze che accertino i fatti e le responsabilità dei reati, prospettiva che l'istituto della improcedibilità ignora".

Per il laico M5S Alberto Maria Benedetti, una norma così fatta rappresenterebbe anche una sorta di incentivo a delinquere, in quanto "se i processi si estinguono e le pene non si applicano chi vuole delinquere ha molte speranze di farla franca". Durante il plenum è intervenuto anche il primo presidente della Cassazione, Pietro Curzio. Secondo cui il Csm "doveva esprimere le sue critiche, perché il legislatore sappia quali saranno gli effetti delle sue scelte, nel rispetto delle rispettive competenze". Secondo Curzio, la disciplina della improcedibilità dei processi penali in Cassazione rischia di mettere in crisi "un settore della Corte che funziona bene e rendere necessario spostare risorse dal civile, settore quest'ultimo sul quale si misurerà la possibilità di usufruire dei finanziamenti del Pnrr".

Il plenum ha dunque votato anche la seconda delibera, che tocca, in particolare, il tema dell'equilibrio tra il potere legislativo e quello giudiziario. L'assemblea ha dato l'ok al parere con 17 voti a favore, il solo voto contrario del laico della Lega Emanuele Basile e l'astensione dell'altro laico in quota Lega, Stefano Cavanna, e dei vertici della Cassazione, il primo presidente Piero Curzio e il procuratore generale Giovanni Salvi.

Uno dei rilievi mossi riguarda la possibilità, per il Parlamento, di definire dei criteri di priorità nella trattazione degli affari. Ciò, secondo il Csm, rischia infatti di sbilanciare "l'attuale assetto dei rapporti tra i poteri dello Stato", in quanto il potere legislativo potrebbe così "orientare" la funzione giudiziaria sulla base dei valori delle maggioranze politiche del momento. Ciò che conta, invece, è "la condizione oggettiva dell'ufficio e della realtà criminale insistente nel territorio ove esso si colloca".