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di Domenico Alessandro De Rossi*

Il Riformista, 19 marzo 2022

Non sempre le buone intenzioni conducono ai risultati sperati. L’esecuzione penale in Italia non funziona e non è un’impressione soggettiva o una favoletta. I detenuti, ciò non di non meno i poliziotti penitenziari, troppo spesso pagano personalmente la disfunzionalità della detenzione con la sofferenza se non anche con la vita. C’è da domandarsi come mai dopo tanti anni di gestione fallimentare dell’esecuzione penale, di disorganizzazione e di tanti scandali che hanno toccato la magistratura, la politica non intervenga con decisione operando alla radice l’estirpazione delle profonde ragioni del pessimo funzionamento e dei risultati negativi che ogni anno di più si presentano puntuali. Paragonare le carceri del nostro paese ad un’azienda in rovina, in corso di fallimento da anni, è incongruente e forse sgradevole.

L’obiettivo delle aziende è fare profitto e ovviamente non fallire, evitando di portare i libri in tribunale. Quello delle carceri è tendere alla rieducazione del condannato, evitando ovviamente che si ammazzi o che venga malmenato. Da tanti anni ormai il Paese aspetta una risposta che possa risanare l’universo della detenzione, non è accettabile che ci si abitui con noncurante indifferenza a considerare la criticità dell’esecuzione penale come se fosse un fatto fisiologico, statisticamente normale, mantenendo inalterato lo status quo.

Il cattivo funzionamento dell’istituto induce a pensare che il permanere del suo assetto vada considerato come un destino non rettificabile, perché in fondo così sta bene mantenerlo per rispondere alla visione della detenzione intesa come legittima vendetta sociale. Se queste sono le finalità della esecuzione penale allora, senza ipocrisie, ammettiamo che il carcere attuale risponde benissimo alle aspettative e che nulla è da cambiare al suo interno. Però, data la gravità della situazione, non sarebbe un’eresia pensare che una riforma strategica dell’esecuzione penale, finalizzata alla radicale revisione di procedure e strutture, veda in futuro il Dap come un autonomo Dipartimento, quale diretta articolazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Sganciato dal ministero della Giustizia, dalle logiche correntizie, dalla verticistica gestione spesso legata a una cultura della detenzione vissuta esclusivamente come punizione e degrado, non come opportunità di recupero e reinserimento sociale.

Con ciò la trasformazione strutturale del Dap e della sua autonomia consentirebbe una diversa attribuzione di funzioni e responsabilità nella gestione, demandando a ben altra competenza, più vicina ai valori umanitari e più esperta su procedure tese al recupero del detenuto, consolidando così finalmente una cultura sistemica diversa da quella attribuita ad una visione formata su basi solamente giurisdizionali e legalistico-securitarie.

Le competenze e i compiti, in questa visione alternativa, dovrebbero reinterpretare la struttura di custodia come un particolare nuovo organismo tecnico-sociale, in grado di offrire formazione e capacità lavorativa anche di servizio al territorio. Una struttura simile somiglierebbe più a una fabbrica o una filiera dove si apprende, si lavora e produce, incentivando il desiderio di appartenenza e reintegrazione sociale. Quest’ultima andrebbe alimentata e favorita da una coerente presenza di altri operatori penitenziari, soprattutto funzionari e tecnici giuridico-pedagogici, psicologi e assistenti sociali, formatori professionali e insegnanti, nonché provenienti dalle altre pertinenti professionalità.

In tal senso il compito destinato alla polizia penitenziaria dovrebbe essere rivisto e gestito a latere, fuori dalla struttura, e solo per intervenire in presenza di aspetti violenti e criminosi (il che, però, porrebbe un problema di assenza di ogni sua specificità, favorendo la fungibilità con qualunque altro corpo di polizia). Il carcere così come è pensato oggi diverrebbe altro da sé, migliorando in effetti coloro che vi entrano, dando loro una maggiore opportunità di reintegro nella società, eliminando o attenuando di molto la recidiva e la radicalizzazione nel rispetto della vera mission costituzionale. In tal caso la dirigenza dovrebbe provenire da una cultura di fondo più specializzata nella pianificazione e nel management, oltre che nella effettiva conoscenza della gestione delle risorse umane, supportata da una maturata esperienza nel settore human rights. In tal senso la figura istituzionale di un pubblico ministero sarebbe inefficace per una riforma destinata a trasformare il carcere in un sistema destinato al recupero dell’individuo così come richiesto dalla Costituzione e dalle stesse regole europee.

*Vice Presidente Cesp (Centro europeo studi penitenziari)