di Raffaele Sardo
La Repubblica, 29 ottobre 2025
La denuncia del Garante campano. Samuele Ciambriello, il Garante campano dei detenuti, e Portavoce della Conferenza Nazionale dei Garanti, critica duramente una circolare inviata il 10 ottobre scorso dal capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap), Stefano Carmine De Michele, ai direttori delle carceri. Si tratta di una circolare sulle misure di coordinamento tra le aree per l’efficienza operativa, la prevenzione di eventi critici negli istituti penitenziari. Il documento, rivolto ai medici penitenziari, invita a limitare i trasferimenti dei detenuti verso ospedali esterni, autorizzandoli solo in presenza di una “reale necessità”. Ma ciò che ha suscitato maggiore indignazione è l’uso del termine “pendolarismo ospedaliero”, che secondo Ciambriello rappresenta una grave offesa alla dignità delle persone detenute e al lavoro degli operatori sanitari.
“La sanità penitenziaria non può essere subordinata a logiche di contenimento o sospetto,” ha dichiarato Ciambriello. “Parlare di pendolarismo ospedaliero significa ridurre il diritto alla cura a un fastidio logistico, ignorando il valore umano e professionale di chi ogni giorno lavora in condizioni difficili per garantire assistenza e sicurezza”. Il garante ha sottolineato come il linguaggio utilizzato nella circolare sia non solo inappropriato, ma anche pericoloso, perché rischia di influenzare negativamente la percezione del diritto alla salute all’interno delle carceri.
Secondo Ciambriello, la circolare del Dap rappresenta un passo indietro rispetto ai principi costituzionali e alle normative che regolano l’assistenza sanitaria in ambito penitenziario. “Il diritto alla salute è inviolabile, anche per chi è detenuto. Non può essere limitato da circolari che sembrano voler scoraggiare l’accesso alle cure esterne”. Il garante ha anche evidenziato come la decisione di un trasferimento ospedaliero debba restare in capo ai medici, e non essere condizionata da direttive amministrative che rischiano di compromettere l’autonomia professionale.
La denuncia di Ciambriello si inserisce in un contesto già critico: le carceri italiane soffrono da tempo di sovraffollamento, carenza di personale sanitario, e strutture inadeguate. In molte realtà, l’accesso alle cure specialistiche è possibile solo attraverso il trasferimento in ospedali esterni. “Limitare questi trasferimenti significa negare cure essenziali” ha aggiunto il garante, “e significa anche mettere a rischio la vita di persone che, pur detenute, restano titolari di diritti fondamentali.”
Particolarmente forte è stata la difesa degli operatori sanitari e della polizia penitenziaria, che Ciambriello ha definito “in trincea quotidianamente”: “Sono professionisti che lavorano con dedizione e competenza, spesso in condizioni estreme. Meritano rispetto, non sospetti. Equipararli a facilitatori di pendolarismo è ingiusto e offensivo”.
Il garante ha concluso la sua nota con un appello al Ministro della Giustizia e alle istituzioni competenti: “Serve un cambio di rotta. Serve un linguaggio rispettoso, una visione inclusiva, e soprattutto serve garantire il diritto alla salute per tutti, anche per chi vive dietro le sbarre. Dietro ogni detenuto c’è una persona, non solo una pena”. La polemica sollevata da Ciambriello non è solo una questione semantica: è una battaglia per la dignità, per il rispetto dei diritti, e per una sanità penitenziaria che non sia subordinata a logiche di controllo, ma orientata alla cura e alla tutela della persona.











