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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 29 maggio 2025

Parla la docente di Diritto penale Valeria Torre, tra le autrici dell’appello. Il ddl che introduce la fattispecie di reato autonoma di femminicidio punita con l’ergastolo è una delle “strumentalizzazioni populistiche” utili “più per accreditare l’impegno del legislatore che per offrire risposte effettive ed efficaci” ad un problema serio. A scriverlo sono 77 giuriste di tutte le università italiane in un coraggioso appello contro il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri il 7 marzo scorso. Valeria Torre, docente di Diritto penale all’Università di Foggia, è tra le autrici del testo.

 

Nell’appello spiegate che già oggi la legge italiana “coglie lo specifico disvalore della condotta, consentendo di applicare la pena dell’ergastolo all’uccisione di una donna per motivi di genere”...

Anche senza il femminicidio come fattispecie autonoma, ma con il reato di omicidio e le altre disposizioni previste dal Codice rosso e interventi normativi degli ultimi anni, si può già cogliere sul piano sanzionatorio la gravità dell’uccisione di una donna in quanto tale. E si può applicare la pena dell’ergastolo, anche se mi auguro che l’intento del legislatore non sia solo questo.

 

Qual è l’intento del legislatore, secondo lei?

Nella relazione di accompagnamento si parla di un’urgenza criminologica che non c’è. Non voglio valutare il problema della violenza sulle donne dal dato quantitativo ma in Italia le vittime donne di omicidio sono diminuite come sono diminuite anche le vittime uomini. Poi c’è anche un problema di cosa qualifichiamo come femminicidio, perché non tutte le uccisioni di una donna possono essere considerati tali. Si ribadisce da più parti che questa legge dovrebbe avere una funzione culturale promozionale ma mi consenta di dire che col diritto penale non si promuove cultura, tanto meno con la minaccia della sanzione dell’ergastolo come pena fissa. Perché in questo si svela una strumentalizzazione del reo per fini politico criminali.

 

È un appello coraggioso, il vostro. Non avete paura di essere criticate da alcuni movimenti femministi?

È un femminismo punitivo: il diritto penale è uno strumento che serve a pochissimo e però ha effetti devastanti. Funziona solo quando riflette valori, rapporti e relazioni che sono effettivamente esistenti nella struttura sociale. Noi pensiamo che se questo è l’unico strumento per intervenire su un delitto di potere basato su un’asimmetria tra generi, per combattere le discriminazioni e le disuguaglianze di genere che culminano nel femminicidio ma di cui abbiamo manifestazione in tutti i campi, beh allora non andiamo da nessuna parte. Non si può pensare che il diritto penale contrasti una cultura che è invece sistematicamente legittimata in quasi tutte le relazioni uomo-donna, dalla famiglia al luogo di lavoro, in una società basata sulla disuguaglianza di genere.

 

Scrivete che la tipizzazione del reato è carente sotto il profilo della determinatezza e dell’afferrabilità processuale. Cosa manca?

Introdurre un reato autonomo di femminicidio può anche essere plausibile ma la norma penale deve rispettare i canoni della tassatività e della determinatezza. Legare la fattispecie all’odio e alla discriminazione significa lasciare al giudice decidere su aspetti che sono soggettivi e che in sede di processo possono non venire poi effettivamente provati. L’estrema soggettivizzazione è incompatibile col principio di materialità proprio del diritto penale che tutela beni giuridici e non colpisce le intenzioni.

 

Il diritto penale non può contrastare una cultura che è sistematicamente legittimata invece in quasi tutte le relazioni uomo-donna, dalla famiglia al luogo di lavoro. Il ddl parla di “odio verso la persona offesa in quanto donna”. Ma si può odiare in quanto donna anche una persona in transizione, per esempio...

Certo, e infatti questa legge creerebbe disuguaglianze rispetto ad altre vittime che possono essere altrettanto discriminate sulla base del genere. Anche se la millenaria asimmetria di potere tra uomini e donne potrebbe giustificare una disciplina se vogliamo antidiscriminatoria, differente rispetto agli altri contesti.

 

Se una donna uccide un’altra donna, magari all’interno di una relazione?

Anche questo è un problema. Ecco perché una norma scritta in maniera non precisa potrebbe portare a problemi applicativi maggiori di quelli che adesso abbiamo nell’applicare l’omicidio con le aggravanti. Inoltre, l’asimmetria di potere dell’uomo dovrebbe, per giustificare una fattispecie autonoma, poter riflettersi sulla costruzione del reato. E non è certo l’odio o la discriminazione che descrive o fotografa questa differenza di potere.

 

Scrivete che in quasi tutto il Sud America il femminicidio è un reato autonomo severamente punito, eppure la deterrenza non funziona...

Sì, e peraltro in molti Stati sudamericani e centroamericani la fattispecie è costruita molto meglio di quella del ddl, perché costruita sul divario di potere e su elementi oggettivi. Eppure lì veramente c’è un’urgenza criminologica, parliamo di massacri di donne. La promozione culturale si fa con altri strumenti, quelli preventivi su cui il governo non ha messo e non ha intenzione di mettere un euro. Si fa con politiche di redistribuzione e antidiscriminatorie che non mi pare vengano praticate o promosse in Italia.

 

Sono passate poche ore da quando un ragazzino di 19 anni ha ammesso, ad Afragola, di aver ucciso la sua fidanzatina di 14 anni perché lei voleva lasciarlo. Cosa pensa di questo caso?

Terrificante. Ma un ragazzino non avverte la minaccia di pena. L’effetto deterrente o inibitorio lo fa molto di più il contesto di riferimento: la famiglia, il gruppo sociale, la scuola. Bisogna anche smettere di identificare la donna sempre come vittima, consolidando il suo ruolo come soggetto vulnerabile. Dovremmo andare oltre. E si deve partire dall’inizio, non dalla fine: non dalla pena ma dall’educazione affettiva, e non solo. Affettiva, non sessuale, che è cosa diversa. I ragazzi sono espertissimi di sesso. Ma non conoscono l’affetto e l’amore. Non conoscono il rispetto.