di Chiara Valerio
La Repubblica, 6 maggio 2021
Le discussioni sul disegno di legge contro l'omotransfobia mostrano la debolezza della nostra dialettica e della nostra democrazia. Non ci arrocchiamo, parliamo, leggiamo, esercitiamo la differenza. Le discriminazioni, come i desideri, sono difficili da controllare ed estirpare perché affondano radici nei gesti, nel corpo e nell'educazione. È uscito Spatriati, nuovo romanzo di Mario Desiati, che, come tutti i grandi romanzi, è uno strumento. Come le grandi teorie, come la democrazia stessa, riguarda il quotidiano, singolare e collettivo.
Le discussioni sul ddl Zan, che limita l'espressione di opinioni omotransfobiche e misogine e sanziona violenze per orientamento sessuale, identità di genere e abilismo, mostrano, per esempio, la debolezza, se non della nostra cultura, della nostra dialettica. Ddl Zan sì o no, attuabile sì o no. In fondo, anche la debolezza della nostra democrazia: perché un cittadino omosessuale o transgender, con o senza ddl Zan, ha tutti i doveri di un cittadino eterosessuale, ma non tutti i diritti, visto che diritti e doveri sono l'uno il rovescio dell'altro? Tendiamo ad arroccarci e tifare, poniamo domande a risposta chiusa. Non parliamo, mettiamo una spunta.
La figura e il modo del tribuno ci convincono e ci affascinano. L'immediatezza ci salva, sollevandoci dalla responsabilità della memoria. Se il tribuno fosse una figura nella grammatica italiana sarebbe il parlare per proposizioni coordinate. Privi di subordinate - senza modali, causali e temporali - dichiariamo, a casa, al bar, nei luoghi della democrazia, il nostro disinteresse, di certo la paura, per consequenzialità di parole e azioni, e per comprendere. Non vogliamo capire, vogliamo non essere contraddetti. Quasi tutti.
In questa polarizzazione non solo noiosa ma agita a detrimento della democrazia come istituto ed esercizio, e della discussione come pratica e divertimento, i romanzi rimangono l'unico luogo in cui esercitarsi nelle ragioni e nei torti degli altri. E nei nostri.
Quando Spatriati si apre, Francesco Veleno è un adolescente la cui madre tradisce il padre con un uomo che è padre a sua volta di Claudia Fanelli "la spatriata, come qui chiamano gli incerti, gli irregolari, gli inclassificabili, a volte i balordi o gli orfani, oppure celibi, nubili, girovaghi e vagabondi, o forse, nel caso che ci riguarda, i liberati". Sull'aggettivo spatriati ha detto Desiati, sull'aggettivo liberato non dico nulla perché questo romanzo è una mappa in fondo e durante la quale c'è un tesoro di cui a nessuno voglio negare la caccia, ma sull'aggettivo balordo sì.
In Caro Michele (1973) Natalia Ginzburg scrive: "Ognuno di noi è sbandato e balordo in una zona di sé e qualche volta fortemente attratto dal vagabondare e dal respirare niente altro che la propria solitudine, e allora in questa zona ognuno di noi può trasferirsi per capirti".
I romanzi sono la prosecuzione uno dell'altro. E i lettori e le lettrici mi piacciono perché, pur con pezzi autentici, ricostruiscono ognuno la statua a modo loro. E gli scrittori che sono lettori, come di certo è Desiati, riannodano. Chi scrive esercita una potestà contraria a quella tribunizia (apre invece di chiudere, esercita la possibilità), e Desiati per raccontare e riannodare - è un romanzo di famiglia in senso verista ma le famiglie si sono allargate e il sangue si è fatto parola, una transustanziazione laica; mantiene le unità di tempo e luogo e azione classiche ma dentro c'è la sospensione del tempo e del genere sessuale, del desiderio, in club berlinesi epici e quotidiani come il Kit Kat e il Berghain e della vita degli altri, - sceglie la balordaggine. Come Ginzburg. Ma oggi, nel 2021, racconta la fluidità non solo delle strutture familiari, ma di quelle culturali. Non servono schieramenti e arrocchi, siamo vicini, dalla stessa parte, perché balordi.
"Sanerà la piaga un dì chi l'aprì chi l'aprì" canta un'aria dell'Almira di Händel e forse ci voleva uno scrittore maschio bianco, di estrazione borghese, nato in una provincia del Sud Italia per raccontare - nuova Sirenetta di Andersen - che non si cambia la propria forma culturale senza dolore, e senza lasciarsi dietro qualcosa che ci era caro e ritenevamo identitario, per raccontare la vertigine buona né cattiva, ma vitale, dello spaesamento rispetto a una idea di sé stessi, dentro e fuori di noi, nelle intenzioni, insomma, e nelle aspettative.
"Chi te lo ha fatto? - le chiesi un pomeriggio indicando il segno scuro nascosto dietro gli occhiali da sole. Sapevo già la risposta. - Lasciatemi stare, - rispose lei. E in quel plurale c'era la sua verità". Ciascuno è balordo a modo proprio e ciascuno ha la sua verità, non ci arrocchiamo, non mettiamo le spunte, parliamo, leggiamo, esercitiamo la differenza.











