di Cataldo Intrieri
linkiesta.it, 3 marzo 2025
Dal massiccio ricorso ai sequestri e alle confische come misure di prevenzione, fino al nuovo pacchetto sicurezza in discussione al Senato: queste procedure parallele hanno in comune l’indebolimento della funzione di controllo di legalità da parte della magistratura, chiamata semplicemente a ratificare decisioni prese da altri enti. Lo sciopero dei magistrati della scorsa settimana ha inaugurato ufficialmente la lunga stagione politico-giudiziaria che porterà, nel 2026, al referendum sulla riforma Nordio. Per l’occasione, magistratura e avvocatura hanno dato sfogo alle loro ostilità, contraddistinte da reciproci scambi di bordate tra l’Associazione nazionale magistrati (Anm) e l’Unione delle camere penali.
Per quest’ultima, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri (Pm) è un indubbio successo: la norma è modellata su un progetto dell’associazione degli avvocati - lanciata dall’allora presidente, Beniamino Migliucci, e portata avanti dai successori Giandomenico Caiazza e Francesco Petrelli - che propose un’iniziativa di legge popolare in grado di portare i penalisti in strada a raccogliere le firme. È una vicenda che viene da lontano e che oggi sembra giungere al suo termine. Una fine che, però, è giunta fuori tempo massimo, in un sistema giudiziario ormai stravolto da vicissitudini storiche che - dalla pandemia al populismo al governo - hanno cambiato totalmente scenario.
Avvocati e magistrati sembrano due pugili sfiancati, costretti a tenere la scena di un duello che passa ormai sopra le loro teste, e ha come assoluto protagonista un governo che è la massima espressione dell’ondata populista che ha cambiato il volto della politica (ben oltre i confini italiani). Per certi versi è come vedere un film muto ai tempi della scoperta del sonoro: il mondo va da un’altra parte.
Sicuramente di un’altra epoca è la protesta dei magistrati con i richiami a Piero Calamandrei, la copertina della Costituzione sventolata come i libretti rossi in un’assemblea del Sessantotto e la scalinata della Cassazione come quella di Odessa nella Corazzata Potëmkin di cento anni fa (ma Meloni non ha mandato i carabinieri a sparare contro).
C’è un po’ di stanchezza, nonostante le cifre snocciolate sulle adesioni. Un po’ perché, dalla riforma Mastella a oggi, i passaggi di funzione da una carriera all’altra sono stati azzerati; un po’ per via di una certa rassegnazione strisciante. In fin dei conti è difficile negare che la separazione delle carriere sia una scelta giusta, e continuare a ripetere le solite giaculatorie sulla presunta perdita della cultura della giurisdizione e sul rischio di ingerenze politiche nelle procure appare ormai sterile.
Sono successe molte cose, nel frattempo: dal caso Palamara alla vicenda Nigergate, con i Pm che nascondono prove decisive e poi, di fronte allo scetticismo del tribunale, tentano di ricusarlo insinuando intese tra il presidente e i difensori. Altro che “cultura della giurisdizione”.
A Milano, i giudici del tribunale sono insorti sdegnati contro ciò che è sembrato un atto di prevaricazione contro l’autonomia dei magistrati. Difficile negare che, per certi processi, il mancato accoglimento delle tesi dell’accusa equivalga a un torto, a una ferita che indebolisce l’intera corporazione.
Le cronache riportano i pubblici rimbrotti di un prestigioso Procuratore Capo contro il tribunale che gli aveva frantumato il sogno di cambiare, a suon di sentenze, la struttura del reato di associazione mafiosa. Al dunque siamo colleghi, amici, compagni di banco e di iniziative politiche: come si può dimenticare l’amicizia e regalare brutte figure quando in ballo ci sono il prestigio e il buon nome di tutta la categoria? È umano, troppo umano.
Se il giudice non solo deve essere imparziale, ma anche apparirlo, come può un imputato fidarsi di accusa e giudizio maturati nello stesso brodo di coltura? Chi ha difeso i magistrati sa perfettamente che sono proprio loro a nutrire una sfiducia assoluta verso i colleghi, salvo che non li conoscano, appunto. Ma fuori tempo massimo è anche l’avvocatura che vince una lunga battaglia per realizzare il giusto processo penale, ormai diventato marginale nello scenario della giustizia. Paolo Ferrua, uno dei massimi studiosi del processo accusatorio, ripete che è inutile un Pm separato senza un processo “fair”. Ha ragione, perché il diritto penale del processo è ormai diventato il diritto penale della prevenzione.
A fronte del declino del processo tradizionale, ormai bucherellato da troppe modifiche, correzioni e strappi in nome di situazioni eccezionali, negli ultimi anni si sono sviluppate procedure parallele che godono di maggiore rapidità, non dovendo rispettare tempi e pastoie del codice processuale ordinario. Ecco, dunque, il ricorso sempre più frequente a confische e sequestri come misure di prevenzione: il vantaggio è l’apprensione di vasti patrimoni senza necessità di preventiva condanna, ma sulla base dei precedenti o dell’appartenenza dei presunti titolari dei beni a categorie “a rischio”.
Su questo giornale, nei giorni scorsi Marco Taradash ha illustrato i contenuti del pacchetto sicurezza - in corso di esame al Senato - che prevede l’espansione delle attività di spionaggio e delle operazioni sotto copertura da parte della polizia e dei servizi segreti. In più, la norma punta a introdurre l’uso quasi incontrollato delle intercettazioni preventive, attivate su semplice richiesta dei servizi, con l’obiettivo di prevenire atti di terrorismo e criminalità organizzata, sotto la supervisione della presidenza del Consiglio.
In realtà, il software Graphite è stato usato per spiare giornalisti, sacerdoti e attivisti di Ong, violando i protocolli della casa produttrice. Inoltre, è necessario ricordare la procedura “accelerata” di espulsione delle persone migranti provenienti da “Paesi sicuri” scelti dal governo. Tutte queste procedure parallele hanno in comune l’indebolimento della funzione di controllo di legalità da parte della magistratura, chiamata semplicemente a ratificare decisioni assunte dai servizi segreti e dalle forze di sicurezza. Sembra così realizzarsi la distopia di un vecchio film, “Total recall”, che immaginava l’uso di strumenti di lettura del pensiero capaci di prevenire il compimento di crimini.
Si tratta di una vera e propria erosione dello Stato di diritto che non sembra interessare nessuno: né la magistratura tesa a preservare i vecchi assetti, né le associazioni degli avvocati che tacciono per non disturbare il manovratore che dovrà regalargli la coccarda di una ininfluente separazione delle carriere (mentre si termina lo smantellamento del giusto processo). Una tendenza che non preoccupa l’opposizione, condotta da un soggetto chiaramente inadeguato, incapace perfino di parlare a braccio, e privo di consulenti giuridici degni del nome. La democrazia muore dell’ignavia di chi la dovrebbe difendere.











