di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 21 settembre 2025
Le difficoltà dell’Onu emergeranno nell’Assemblea che inizia domani. Il punto più basso dalla Guerra Fredda. Inizia domani, a New York, la sessione dell’Assemblea generale Onu. È facile prevedere che sarà una delle più meste e inconcludenti dai tempi della Guerra Fredda. Nel recente passato il grande raduno dei leader politici e delle diplomazie mondiali è stata l’occasione di negoziati, incontri dietro le quinte per risolvere controversie, prevenire l’inasprirsi delle crisi, trovare una sintesi tra posizioni diverse. Questa volta, invece, avremo la certificazione di spaccature che appaiono insanabili e, in definitiva, della crisi profonda del multilateralismo. Tutto ciò è il risultato dei crimini di guerra commessi in Ucraina da Vladimir Putin, a Gaza da Benjamin Netanyahu, nonché dei fallimenti politici di Donald Trump.
La cronaca ci spinge a cominciare dagli Stati Uniti. Il presidente americano dovrebbe ricevere Netanyahu alla Casa Bianca. Pochi giorni fa, subito dopo il blitz israeliano contro i capi politici di Hamas a Doha, Trump, secondo il “Wall Street Journal”, avrebbe confidato ai suoi consiglieri: “Benjamin mi sta fregando”. Se è così, si è trattato di un momento verità. Da quando è rientrato nello Studio Ovale, Trump si è fatto dettare le scelte dall’alleato israeliano, senza intervenire per fermare la strage di civili palestinesi. L’Amministrazione americana fa fatica persino a tutelare i partner arabi e i propri interessi vitali nella regione. Raccontano che il recente viaggio nel Qatar del Segretario di Stato, Marco Rubio, sia stato uno dei più imbarazzanti nella storia recente della diplomazia Usa. Altro che nuovo Kissinger. Rubio ha provato a calmare la furia dell’emiro Al Thani, che da mesi si spende nella mediazione tra Hamas e Israele. Il Segretario di Stato ha offerto ai qatarini l’accelerazione dell’accordo sulla sicurezza. Poi, ha dichiarato alla stampa: “Restano pochi giorni per arrivare a una tregua su Gaza”. Come no? Intanto i carri armati di Netanyahu stanno piallando la Striscia e la credibilità politica del governo americano.
Joe Biden, vituperato dalla destra americana e non solo, dopo l’infame pogrom di Hamas del 7 ottobre aveva consigliato a “Bibi”: “Non commettete gli errori che abbiamo fatto dopo l’11 settembre (invasione di Afghanistan e Iraq ndr)”. Ma il premier israeliano è andato oltre l’immaginabile, fino a essere colpito da un mandato di cattura dalla Corte internazionale dell’Aia.
L’Assemblea generale avrebbe potuto rappresentare una buona opportunità per ragionare tutti insieme sulla questione palestinese. Ma Trump che fa? Nega il visto di ingresso negli Usa ad Abu Mazen, il presidente dell’Autorità palestinese, l’ultimo brandello istituzionale alternativo ad Hamas. Non solo. Gli Stati Uniti votano contro anche la proposta di far intervenire Abu Mazen in videoconferenza. Come dire: non c’è dialogo, il leader palestinese non deve parlare. Una posizione al limite dalla paranoia, bocciata dalla stragrande maggioranza dell’Assemblea (145 voti contro 5, più 6 astenuti). Abu Mazen farà il suo discorso, a questo punto di pura testimonianza, con video pre registrato.
L’atteggiamento di Trump ha mandato in corto circuito il fronte europeo. Una parte si ritrova con la Francia che, insieme con l’Arabia Saudita, ha promosso una conferenza parallela all’Assemblea per formalizzare il riconoscimento dello Stato palestinese. Sul versante opposto ci sono Germania e Italia. Il governo Meloni sta cercando di pattinare su un ghiaccio sottilissimo: condanna l’attacco israeliano a Gaza, ma non vuole rompere del tutto con la linea trumpiana. È un equilibrio sempre più difficile da mantenere, sia sul piano esterno che su quello interno, con un Salvini in libera uscita pro Netanyahu e con le opposizioni sempre più incalzanti. Si avvicina il momento di una scelta di campo più precisa.
Sarebbe illusorio attendersi da New York anche qualche segnale di speranza sulla guerra in Ucraina. E qui ci sono pochi dubbi su chi sia il responsabile numero uno: Putin. In tanti, anche in Italia, chiedono all’Europa di assumere un’iniziativa diplomatica. Il richiamo arriva in particolare dalla leader del Pd, Elly Schlein, dal capo dei Cinque Stelle, Giuseppe Conte e, su un’altra corsia, dal leghista Salvini. Sono sollecitazioni giuste, ma, a questo punto, andrebbe anche suggerito che cosa fare, nel concreto, per smuovere Putin. Vale la pena ricordare che solo negli ultimi mesi ci sono stati almeno sette tentativi di mediazione. Sette. Il più spettacolare è stato condotto da Trump con il vertice in Alaska. Si è mosso anche Macron, con una telefonata di due ore, il primo luglio scorso. Ci hanno provato e, a quanto risulta stanno continuando a farlo, i sauditi, gli svizzeri, il leader turco Recep Tayyip Erdogan, il Vaticano. Infine anche il governo Meloni ha offerto Roma per ospitare il vertice Putin-Zelensky-Trump. Un’eventualità subito accettata da Kiev e subito respinta da Mosca. Il “no” russo condizionerà e, probabilmente, vanificherà la fitta trama di incontri a margine dell’Assemblea, a cominciare da quello tra Trump e Zelensky.











