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di Maria Pellino

alessandria.today, 3 settembre 2024

C’è una grande delusione perché il decreto-legge sulle carceri avrebbe dovuto affrontare una vera emergenza di questo paese. E dopo 70 decreti legge che non avevano alcun carattere di necessità e urgenza, il carcere meritava una decretazione d’urgenza. Il governo - come ha sottolineato il nostro Segretario nazionale e deputato Paolo Ciani - ha preferito varare un decreto-legge che non ha nulla di realmente risolutivo del dramma che stanno vivendo le nostre carceri. Tant’è che mentre il Parlamento votava, il ministro Nordio era dalla presidente Meloni per parlare di “future misure per le carceri”, dimostrando l’inutilità del decreto per l’emergenza in corso oltre ad una scarsa considerazione del Parlamento. Una situazione drammatica in cui l’aspetto del sovraffollamento è una realtà evidente, con punte del 190%. E i dati drammatici dei suicidi ne sono una dolorosa riprova: quelli dei 65 detenuti dall’inizio dell’anno, ma anche quelli dei 7 agenti della Polizia penitenziaria.

Vale la pena evidenziare come tra gli agenti che operano in carcere ci sia un tasso di suicidi doppio rispetto a quello delle persone comuni: un evidente segnale di come il carcere sia un mondo veramente alla deriva, un pezzo di Stato alla deriva. Suicidi a cui vanno aggiunti 15 “decessi per cause da accertare”. Nel provvedimento si parla di “strutture residenziali di emergenza” (unica previsione che potrebbe incidere sul sovraffollamento): ma di che si tratta? Nessuno lo sa e visto quello che questo governo ha fatto sui centri per i migranti la cosa ci preoccupa molto… È chiaro che dinanzi a questo dramma, sentir parlare di “potentissimo dl carceri” stona parecchio.

Il carcere è un microcosmo, abitato da cittadini che hanno compiuto dei reati o accusati di averlo fatto, ma che rimangono persone e cittadini. Con loro tutti gli altri, dalla Polizia penitenziaria a chi lavora nell’Amministrazione penitenziaria, ai servizi sociali, gli infermieri, i medici, i volontari. È sciocco pensare al carcere come a qualcosa di estraneo alla città, allo Stato e alla vita comune. Come è sciocco pensare che il malessere di uno non ricada sugli altri. Purtroppo, negli ultimi anni è cresciuta una subcultura molto violenta: quando si sentono persone delle istituzioni dire “buttiamo le chiavi” riferendosi a detenuti, è molto grave. Non solo perché per la legge italiana la pena e la detenzione servono per il corretto reinserimento sociale di chi ha commesso il reato, ma perché sottintendono un senso di vendetta e di disumanizzazione del detenuto. Non è la nostra cultura, non è la cultura giuridica del nostro paese. In carcere incontriamo persone molto differenti: tanti detenuti comuni, molte persone che sono in carcere perché povere (e non possono accedere a misure alternative per questo motivo), ma anche imprenditori o politici: per tutti è un momento di grande difficoltà e prova. Per questo ci dispiace molto sentirne parlare con superficialità o disprezzo. “Ma non pensi al male che loro hanno procurato?”, ci sento dire talvolta.

Certo che ci pensiamo, ma tutelare i diritti anche di chi ha commesso reati è la resistenza all’imbarbarimento della società che ricadrebbe negativamente su tutti, a cominciare dai più deboli. Purtroppo invece, ci sembra che, quando parliamo di carcere e di detenuti, tanti politici parlino di qualcosa di cui veramente non sanno nulla. Lo diciamo con rammarico, perché parliamo di una realtà molto importante dove vivono e muoiono tante persone, dove lo Stato dovrebbe essere molto presente. C’è la propaganda, poi c’è la realtà. Purtroppo, la dottrina di questo governo e della sua maggioranza è: più reati, più pene e più carcere.

Per troppo tempo in Italia c’è stata una contrapposizione macchiettistica tra “garantisti” e “giustizialisti” che non ha prodotto nulla. Anche perché quasi sempre i “garantisti” lo sono per i “propri” e diventano manettari con “gli altri”. Lo abbiamo sempre detto e lo ribadiamo: è necessario un sistema più efficiente, che garantisca il rispetto della legalità insieme alla certezza del diritto e dei diritti dei cittadini, anzitutto quello di ottenere giustizia in tempi rapidi. Un sistema giustizia più giusto ed efficiente, e sottratto alle contrapposizioni politiche, rende lo Stato maggiormente in grado di rivolgere tutte le energie nel contrasto all’illegalità e alla criminalità, a partire da quella organizzata.

Perché l’altro paradosso è che nelle beghe quotidiane sulla giustizia ci si dimentica quasi sempre il contrasto alle mafie, alla criminalità organizzata, alla corruzione, allo sfruttamento delle persone. Certo, la giustizia ha il compito di porre rimedio al “male” e di combatterlo. Ma se la giustizia si limita a essere solo retributiva, rimanendo legata alla logica cieca e senza prospettive della rabbia e della violenza, non crediamo riesca a porre termine alla spirale del male, sia dal punto di vista di chi commina la pena sia di chi la subisce.