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di Giuseppe Salvaggiulo

 

La Stampa, 19 giugno 2019

 

Mercoledì 19 giugno la Corte esamina il ricorso di otto Regioni sulla "legge Salvini": Sardegna e Basilicata, ora al centrodestra, lo hanno ritirato. Il Piemonte chiede il rinvio.

Tensioni, imbarazzi e polemiche segnano l'avvicinarsi del primo giudizio costituzionale sull'operato del governo gialloverde, a un anno dalla sua nascita. Domani è fissato davanti alla Corte Costituzionale il processo sul primo decreto sicurezza, varato l'anno scorso, e bissato con un nuovo decreto solo pochi giorni fa.

Fonti legali raccontano che due Regioni - Sardegna e Basilicata - che avevano presentato ricorso si sono precipitate a ritirarlo dopo che le recenti elezioni hanno visto il successo di coalizioni di centrodestra a trazione leghista e la sconfitta del centrosinistra, che aveva avviato l'iniziativa. La terza, il Piemonte, avrebbe fatto altrettanto (così si era espresso il neogovernatore Alberto Cirio in campagna elettorale) se la trattativa tra i partiti sulla distribuzione degli assessorati non lo avesse impedito. Per ritirare il ricorso, infatti, serve una delibera di giunta e quella piemontese non si è ancora riunita, se non per l'insediamento.

La questione è seguita con attenzione e preoccupazione dalla Consulta, per le implicazioni non tanto processuali quanto politiche e istituzionali. Nei giorni scorsi ci sono state comunicazioni informali tra Roma e Torino per capire l'orientamento della Regione Piemonte. Il governatore Cirio ha dato mandato agli avvocati di chiedere un rinvio dell'udienza, per dare modo alla giunta di riunirsi e deliberare. Ma è una corsa contro il tempo, oltre che una strada non semplice. La richiesta di rinvio sarà discussa domani in apertura di udienza, ma non è detto che la Corte possa soddisfarla.

Nella stessa udienza sono stati riuniti tutti i ricorsi sul decreto sicurezza, in gran parte sovrapponibili. Quindi da un lato avrebbe poco senso separarli; dall'altro diventerebbe imbarazzante (e assumerebbe una coloritura eccessivamente politica e partigiana) un ritiro in blocco delle Regioni passate al centrodestra, che lasciasse a controbattere con il governo solo Regioni a guida Pd: Calabria, Umbria, Marche, Emilia-Romagna, Toscana.

Varato nell'autunno dello scorso anno e presentato in conferenza stampa a Palazzo Chigi come "decreto Salvini", il pacchetto sicurezza è stato il fiore all'occhiello della nuova e restrittiva politica del ministro dell'Interno in materia di immigrazione e ordine pubblico. Contestato sin da principio da Ong, sindaci e associazioni giuridiche, il decreto viene sbandierato dal Viminale come causa della drastica riduzione dei permessi umanitari concessi ai migranti e indirettamente della riduzione degli sbarchi, poiché anche i potenziali partenti si sono accorti che in Italia "la pacchia è finita".

L'applicazione delle norme più controverse ha subìto finora non pochi inciampi giudiziari. I tribunali di merito hanno sancito la irretroattività del decreto per i migranti arrivati prima dell'autunno 2018, consentendo loro di godere dei permessi umanitari poi aboliti. La Cassazione ha avuto orientamenti contrastanti e si pronuncerà a sezioni unite.

Quanto al divieto di iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo, su cui il sindaco di Palermo Leoluca Orlando aveva guidato l'obiezione di coscienza, finora i tribunali lo hanno depotenziato con ordinanze e sentenze che hanno provocato l'ira di Salvini. Espressa in prima battuta con l'accusa ai giudici di "fare politica", con conseguente intimazione a "candidarsi alle elezioni" se vogliono sfidarlo. Infine con l'inedito mandato, conferito all'Avvocatura dello Stato, di raccogliere informazioni sulle opinioni politiche degli stessi giudici, al fine di ricusarli (cosa impossibile a processo concluso). Trovata che ha fatto parlare di dossieraggio istituzionale, suscitando la protesta dell'Associazione nazionale magistrati.

In questo clima, si può immaginare quanto delicata sia la decisione cui è chiamata la Corte costituzionale, e quanto inevitabilmente destinata a scatenare reazioni politiche. Sono 26 le norme costituzionali, tra cui gran parte dei principi fondamentali contenuti nei primi articoli, e 6 quelle della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, di cui i ricorsi denunciano la violazione.

Le Regioni lamentano che gli effetti del decreto sicurezza incidono su un'ampia sfera di loro competenze, in parte le compromettono, provocando la lesione di diritti fondamentali in materia sociale e sanitaria. Il tutto operato con un decreto legge blindato dalla fiducia, senza che esistessero i requisiti costituzionali di "straordinaria necessità e urgenza", essendo quella dell'immigrazione una "emergenza immaginaria". Il governo ha risposto rivendicando la propria competenza esclusiva sul tema e argomentando che il decreto ha finalmente fermato il ricorso massiccio a permessi umanitari fondati su motivazioni generiche, come dimostrano le statistiche.

Tra ricorsi, risposte del governo e memorie delle parti, depositate fino agli ultimi giorni disponibili, sui tavoli dei giudici si sono accumulate centinaia di pagine di argomentazioni giuridiche particolarmente complesse. Per questo motivo per istruire il processo sono stati nominati cinque relatori (un terzo di tutta la Corte): Amoroso, Barbera, Cartabia, De Petris, Zanon. In grado non solo di affrontare le questioni sulla base delle diverse competenze, ma anche di garantire la massima copertura culturale agli orientamenti che la Corte prenderà. Non sfugge la particolare suscettibilità politica del tema. Basti dire che nei ricorsi compaiono accuse di "impronta xenofoba" e "intento discriminatorio" del decreto, dettato da "sentimenti persecutori rispetto agli stranieri", al punto da evocare il rischio di una torsione dell'equilibrio costituzionale verso "derive autoritarie stile Orban". Frasi che il governo ha chiesto alla Corte di cancellare dagli atti ufficiali.