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di Gaetano Azzariti

La Stampa, 28 giugno 2025

Una morte annunciata quella del decreto sicurezza (ora convertito nella legge n. 80 del 2025). Dovremmo aspettare i giudizi della Consulta, ma è sin d’ora evidente che la caparbia volontà della maggioranza politica in materia di politiche di ordine pubblico cadrà di fronte alle palesi incostituzionalità delle norme che si sono volute introdurre a forza e contro ogni evidenza nel nostro ordinamento. Già durante la discussione parlamentare gli esperti auditi avevano avvisato delle numerose criticità costituzionali di molte delle misure che si volevano adottare, poi i magistrati e il CSM, ora la Corte di Cassazione. Persino il Capo dello Stato ha segnalato palesi incostituzionalità della prima versione del testo in discussione.

Il Governo per tutta risposta ha peggiorato la situazione affiancando a previsioni palesemente irragionevoli nel merito uno strappo nella forma. Per evitare ogni discussione in Parlamento ha trasformato un “disegno di legge” in “decreto legge” senza alcun rispetto: a) per l’organo della rappresentanza che è stato esautorato; b) per la Costituzione che esclude si possa adottare una misura d’urgenza come il decreto del Governo senza motivazione alcuna o con motivazioni meramente “apodittiche”; c) per la giurisprudenza della Corte costituzionale che impedisce di utilizzare i decreti per regolare una pluralità di materie. Insomma, uno sfregio alla Costituzione oltre che al buon senso.

Ma allora perché queste forzature? Due le possibili risposte, non so quale sia la meno inquietante. La prima è l’insipienza di una classe dirigente a digiuno di cultura costituzionale e convinta che la politica debba prevalere sul diritto. Lo scopo perseguito - l’ordine pubblico come priorità - giustifica qualunque mezzo. In fondo, che le ragioni del diritto siano in questo momento ben poco considerate dai poteri costituiti è un fatto assai diffuso basta guardare all’arroganza dei nuovi governati, da Tramp a Netanyahu.

La seconda possibile ragione è ancor più allarmante. Non si tratta tanto di non aver sufficiente cultura costituzionale e consapevolezza giuridica di quel che si sta facendo, ma al contrario di un ricercato tentativo di cambiare registro. Contro la Costituzione e i suoi principi per provare volutamente a cambiare regime. Operando in via di fatto, anziché con riforme del testo costituzionale, con forzature volute contro i giudici, contro le opinioni dei giuristi, o almeno della maggior parte di essi. In fondo le continue polemiche nei confronti delle sentenze che non sono gradite (il caso Albania non è che la punta emergente di un profondo iceberg) appaiono sintomatiche di una volontà di scontro.

Quando domani, come ormai appare inevitabile, la Consulta sarà chiamata a sindacare le misure più manifestatamente incostituzionali del “decreto sicurezza” e le farà cadere una ad una, come reagirà il Governo e l’attuale maggioranza? Urlerà ai giudici comunisti? Rivendicherà la superiorità della politica sul diritto? Proverà a rilanciare con altre misure ancor più irragionevoli e contra constitutionem? Credo che sia giunto il momento di fermarsi e tornare a prendere sul serio il diritto come limite del potere.