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di Pino Corrias

Vanity Fair, 9 aprile 2025

A dispetto delle carceri strapiene, il Governo ha votato 34 articoli che mettono viti e bulloni al nuovo ordine sociale, dall’arresto per resistenza passiva ai detenuti che protestano pacificamente alla cannabis light. Introdotto il reato di “rivolta all’interno di un istituto penitenziario”, che comprende anche la resistenza passiva. Il governo a stelle e strisce gioca col mondo, moltiplicando i dazi. Noi giochiamo coi codici, moltiplicando i reati. Li distribuiamo a pioggia, corredati di nuove aggravanti. E pazienza per le carceri strapiene di detenuti, per i tribunali intasati di processi che non camminano, per i codici che invece di dimagrire diventano labirinti di nuove norme.

All’ultimo Consiglio dei ministri, in 25 minuti, è stato varato il cosiddetto decreto Sicurezza, che in realtà era un disegno di legge così controverso che galleggiava in Parlamento da 17 mesi. Si tratta di 34 articoli che mettono viti e bulloni al nuovo ordine sociale che punisce con l’arresto la resistenza passiva di chi protesta intralciando una strada, una piazza, un cantiere. Compresi i lavoratori in sciopero, pena da 6 mesi a due anni. O chi imbratta un monumento. Che manda a processo i detenuti che protestano pacificamente nelle carceri, magari rifiutando il cibo, o gli immigrati segregati nei centri di permanenza per i rimpatri.

Che prevede la detenzione delle madri in stato di gravidanza, specialmente le borseggiatrici rom oggetto di una campagna televisiva senza precedenti, anche se con figli piccoli. Che consente lo sgombero forzato e immediato per chi occupa una casa sfitta e prevede pene fino a 7 anni di carcere. Che senza tante storie mette fuori legge la cannabis light, e a rischio tutte le coltivazioni destinate al tessile e alla cosmesi, dopo avere rifiutato di incontrare aziende e agricoltori che fino a ieri erano in piena regola con agevolazioni fiscali e contributi europei.

Persino i magistrati hanno protestato per il cosiddetto “panpenalismo” che trasforma ogni timore sociale in un allarme generale, ogni caso di cronaca in un temporale giudiziario. Ogni reato, purché abbia avuto ampia ridondanza mediatica, in un aggravamento della pena o in una nuova fattispecie di crimine, come l’omicidio nautico o le aggravanti per i femminicidi, già ampiamente previsti e sanzionati dal codice penale.

“Il decreto è inquietante”, ha scritto l’Associazione nazionale magistrati. “Ha due obiettivi, creare nell’opinione pubblica un allarme sicurezza che non è giustificato da alcuna emergenza, e rafforzare la strategia penale contro il dissenso”. Tanto più che il decreto Sicurezza aumenta le pene per la resistenza a pubblico ufficiale e stabilisce “maggiori tutele anche legali a donne e uomini delle forze dell’ordine”, come recita il comunicato ufficiale del governo. Persuaso sempre dall’idea che la via più breve per affrontare i conflitti sociali - ignorando ragioni e torti, diritti al dissenso e legittime rivendicazioni - passi sempre per l’arresto, la pena, il carcere. Anche quando si tratta di reati commessi da minori, come insegna il decreto Caivano. La scuola e le tutele sociali possono aspettare. Meglio investire in punizioni. Ignorando che quasi sempre la forza esibita dallo Stato finisce per ridurre il bene prezioso della tolleranza che avrebbe bisogno della libera circolazione, senza manette, senza dazi.