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di Roberto Gramola

La Voce e il Tempo, 11 novembre 2022

“Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione”: così Voltaire, il padre dell’illuminismo, nel 1700 si esprimeva circa la necessità che i penitenziari fossero luoghi dignitosi.

Sono passati più di tre secoli ma la piaga del degrado dei penitenziari è ancora uno dei nodi cruciali che affligge gran parte dei 192 istituti di detenzione italiani. Se n’è parlato venerdì 28 ottobre nell’aula consiliare di Palazzo Lascaris a Torino durante un seminario sul tema “Architettura vs Edilizia. Le sfide del carcere contemporaneo” promosso dal Bruno Mellano, garante dei detenuti della Regione Piemonte che in apertura ha evidenziato l’assenza della direttrice del carcere di Torino e del Provveditore dell’amministrazione carceraria a causa del suicidio di un detenuto, nuovo giunto, avvenuto nella notte al “Lorusso e Cutugno”.

Si aggiunge ai 71 suicidi registrati nel 2022 nei penitenziari italiani senza contare gli agenti di polizia penitenziaria che si sono tolti la vita, il Corpo di polizia con il più altro tasso di suicidi nel Paese. Un malessere che ha a che fare anche con l’obsolescenza dei nostri penitenziari: Gianluca Gavazza, consigliere regionale, ha sottolineato che la collocazione periferica delle carceri indica chiaramente l’esclusione dei detenuti dal tessuto cittadino come se fossero “malati irrecuperabili.

La periferizzazione e la mancanza di spazi impedisce la possibilità ai ristretti di avere luoghi dedicati al lavoro, allo sport, alla scuola e alla organizzazione di iniziative culturali promosse con la cittadinanza libera”.

L’atmosfera tetra e alienante dell’edilizia carceraria attuale è la conferma della frattura insanabile fra liberi e reclusi. Sonia Caronni, garante dei diritti dei detenuti del Comuna di Biella, ha presentato due spunti di riflessione: il primo parte dall’art. 27 della Costituzione che insiste “sulla rieducazione della pena volta al reinserimento dei detenuti: imperativo che riguarda anche l’architettura del carcere. Per rieducare è necessario uno spazio che possa contenere più persone che abbiano la possibilità di interagire tra loro e gli operatori. Servono spazi molto ampi per poter lavorare, aule capienti per poter soddisfare il diritto allo studio, dalle scuole primarie alle università e infine locali adatti per gli incontri sulla giustizia riparativa”.

Secondo: “Non si può considerare il carcere come un luogo periferico e marginale come accade nella maggior parte dei Comuni che ospitano istituti di pena. Sono necessari spazi che possano essere usufruiti dalla comunità come il carcere di Bollate che ospita una scuola per bambini e bambine figli degli agenti penitenziari e delle donne detenute o come nel carcere di Volterra dove è allestita una mostra d’arte aperta a tutti con la finalità di promuovere cultura e socializzazione nel territorio”.

Matteo Negrin, direttore della fondazione “Piemonte dal vivo” e Angelica Corporandi D’Auvare Musy, presidente del “Fondo Alberto e Angelica Musy” hanno illustrato il contributo delle fondazioni che, con il sostegno della Compagnia di San Paolo, sono impegnate a dare un lavoro a chi esce dal carcere e al Polo Universitario per etenuti dell’Ateneo torinese, il primo aperto in Italia e in Europa all’interno di un penitenziario. La proiezione del film del regista iraniano Milad Tangshir “VR Free” realizzato nel carcere di Torino ha offerto ai partecipanti possibilità di entrare al “Lorusso e Cutugno” con una tecnica che consente di immergersi nella realtà virtuale. Hanno poi preso la parola gli architetti che studiano gli spazi degli istituti penitenziari. Cesare Burdese, della Commissione architettura penitenziaria del ministero della Giustizia, ha denunciato “che le strutture carcerarie del nostro Paese violano la norma del dettato costituzionale (art. 27) e sono sempre state concepite con “criteri di quantità e non di qualità”.

Inoltre la maggioranza delle carceri hanno un’edilizia che risale a 150 anni fa, salvo rarissime eccezioni: per questo siamo costantemente condannati dall’Unione europea con notevoli esborsi pecuniari per violazioni dei diritti umani. “Le principali criticità che affliggono le nostre carceri sono note da tempo” ha detto l’architetto Burdese “la cronica mancanza di spazi detentivi che conduce al sovraffollamento è una piaga alla quale nessuno ha mai posto rimedio.

La mancanza di spazi per attività lavorative, sportive e lo stato di degrado fisico delle strutture denotano una precisa mancanza di volontà di porvi rimedio perché sono interventi che non pagano elettoralmente. Lo stato di abbandono dei servi igienici, ad esempio, che conduce al mancato rispetto del regolamento penitenziario del 2000, aiuta a deprimere e alienare il detenuto e non certo a rieducarlo”. Emanuela Saita, direttore del Master in Psicologia penitenziaria e profili criminologici all’Università Cattolica di Milano ha citato alcuni studi di psicologia che attribuiscono allo spazio una influenza molto importante sulla salute: il benessere del singolo porta al benessere di tutti.

“La pena detentiva è una pena corporale, che dà dolore fisico, produce malattie e morte. I sensi delle persone recluse subiscono una trasformazione patologica sin dai primi momenti dell’esperienza detentiva” ha detto Saita citando il libro di Daniel Gonin “Il corpo incarcerato” (Mondadori). Il dolore che si patisce in carcere porta a un rischio suicidario 13 volte superiore alla media della popolazione esterna.

I soggetti più a rischio sono i giovani, agli anziani e gli stranieri e pure gli stessi operatori penitenziari. Lo spazio ristretto del carcere crea uno stress così forte che favorisce la violenza e il desiderio di togliersi la vita ha avvertito la psicologa. È poi intervenuto Davide Ruzzon, docente di Composizione architettonica all’Università Iuav di Venezia, che ha spiegato come “la scienza abbia dimostrato in modo incontrovertibile che le lunghe frequentazioni di spazi ristretti e con scarsa luce producono cambiamenti biologici, fisiologici e strutturali permanenti. Gli stessi materiali usati per costruire le carceri sono talmente poveri che fanno pensare ai detenuti di vivere in un garage”.

L’architetto Marella Santangelo, docente all’Università Federico II di Napoli ha rimarcato i diritti negati nelle carceri. “La cronica mancanza di spazi porta proprio alla negazione della affettività che invece è riconosciuta nella maggioranza delle carceri europee. In Italia non c’è bisogno di nuovi Istituti ma bisogna modificare quelli esistenti aggiungendo nuovi spazi più consoni alla permanenza dei detenuti” Le ha fatto eco Giulia Mantovani, docente di Diritto processuale penale presso l’Università di Torino che, citando la riforma penitenziaria del 1975 in cui si insiste sull’umanità della pena e della qualità della vita carceraria, ci deve essere una relazione stretta tra le funzioni assegnate alla pena e l’architettura penitenziaria. Le soluzioni architettoniche “possono essere decisive tra il rapporto delle esigenze di sicurezza e delle esigenze trattamentali”.

Un primo passo è stato fatto con l’abbandono degli ospedali psichiatrici giudiziari e la collocazione degli autori del reato psichicamente infermi in residenze per le misure di sicurezza. Ma è importante che venga applicata la legge n. 354 in cui si dettano le regole per una nuova architettura carceraria sugli spazi “per l’umanità della pena che non si limita solo allo spazio accordato al detenuto ma alla qualità della vita con spazi per la cultura, sport, lavoro, funzioni religiose e l’affettività per ora negata.

L’esecuzione penale non è solo il carcere ma molto importanti sono le pene alternative a cui la magistratura di Sorveglianza dovrebbe accedere in modo più massiccio”. Le conclusioni al garante Bruno Mellano che ha fatto notare come in Piemonte esiste un carcere ricavato da un ex convento nel centro di Fossano e che soddisfa pienamente l’art. 27 della Costituzione.

“La speranza è che con i fondi pubblici si possano riadattare le vecchie strutture carcerarie del Piemonte, unici edifici che possano fornire spazi fedeli al dettato Costituzionale perché posti nel cuore delle città”.

Tra le esperienze straniere, merita ricordare il Carcere di Bastoy in Norvegia in linea con il pensiero di Papa Francesco che sostiene da sempre che “la pena non deve compromettere il diritto alla speranza, ma deve garantire e prospettive di riconciliazione e reinserimento. Mentre si rimedia agli sbagli del passato, non si può cancellare la speranza nel futuro”. Bastoy è un carcere di “minima sicurezza” in cui vivono 115 fortunati detenuti, semplici abitanti di un’isola a 75 km a sud di Oslo, senza celle e senza sbarre.