sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giuseppe Guastella

Corriere della Sera, 8 aprile 2026

A Salerno è incapace di intendere e di volere, a Milano no. L’uomo ha la sindrome di Asperger, è tossicodipendente ed è stato condannato per reati sessuali: ha adescato due ragazzine. Le perizie di due Procure danno esiti diversi: per quella di Milano il vizio di mente è parziale e dunque rimane a San Vittore. La madre: “Una condizione incompatibile con la sua salute”. È autistico, è tossicodipendente ed è stato condannato per reati sessuali. Paolo (nome di fantasia) non è esattamente un paziente “facile”, su 15 comunità di cura solo una è disponibile ad occuparsi di lui, se e quando si libererà un posto. Fino ad allora rimarrà in una cella di San Vittore, non proprio l’ambiente migliore per chi soffre della sindrome di Asperger e ha tentato di suicidarsi.

Paolo, 28 anni, è totalmente incapace di intendere e volere per i magistrati di Salerno, che per questo hanno archiviato un procedimento contro di lui, mentre per quelli di Milano lo è solo parzialmente, e ad ottobre 2024, lo hanno condannato a due anni ed otto mesi di carcere perché ha avuto rapporti consensuali con due ragazzine che aveva adescato su internet, una di 14 anni l’altra di 16. Quando a maggio 2025 viene rinchiuso a San Vittore, i problemi si manifestano immediatamente. 

“A causa della sua malattia non può stare in cella nemmeno per un giorno”, dice la madre, una consulente milanese di 54 anni. “Ha problemi gravi, è da quando ha 13 anni che giriamo i reparti di psichiatria degli ospedali. Prende psicofarmaci ed è diventato dipendente da cocaina e oppiacei”, aggiunge raccontando che, quando subito dopo l’arresto Paolo ha manifestato insofferenza e manie di suicidio, è stato ricoverato nel reparto di psichiatria del Niguarda, come nel 2020, l’anno dei reati, dopo di che tentò di uccidersi e rimase in coma per tre settimane.

I medici dell’ospedale San Paolo, che si occupano dei detenuti tossicodipendenti, si erano immediatamente messi in moto per trovare una sistemazione in una comunità che si potesse occupare anche di pazienti psichiatrici “considerato il quadro clinico dell’utente, estremamente grave complesso”. Nessuna struttura si era detta in grado di ospitarlo. Ad ottobre la situazione si complica perché Paolo non riesce ad adattarsi alla vita del carcere stando in cella con altre persone. È una situazione “altamente destabilizzante”, certificherà quattro mesi dopo una psichiatra incaricata dalla madre di visitarlo, a causa dell’”assenza di uno spazio personale protetto, indispensabile nei momenti di sovraccarico emotivo e crisi” ai continui “rumori intensi e improvvisi, che aggravano la sua marcata ipersensibilità sensoriale” e alla “convivenza forzata con altri detenuti” che vive “come fonte di forte stress e sofferenza”. 

A San Vittore, Paolo ha manifestato di nuovo pensieri di suicidio. “Questo elemento rappresenta un grave fattore di rischio clinico”, scrive la psichiatra secondo la quale “il progressivo peggioramento dello stato emotivo ha determinato un aumento dell’isolamento, una riduzione delle capacità di adattamento e un crescete ritiro dalla realtà carceraria”. Dopo infinite ricerche, il legale della famiglia, l’avvocato Gabriele Minniti, trova la disponibilità di una comunità del Piemonte dove il giovane vorrebbe andare per scontare il residuo della pena, ma al momento non c’è posto. Per questo, il legale ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza di concedere a Paolo di uscire dal carcere (intanto è stato trasferito a Bollate) e proseguire la detenzione a casa con la madre che lo va a trovare tutte le settimane: “Mi dice in continuazione che non ce la fa più. Ha già provato a farsi male due volte, ho paura che ci riesca”. Resta monitorato dal servizio di Psichiatria.