di Alberto Zorzi
Corriere del Veneto, 24 dicembre 2020
Piccola premessa: dimenticare i "lavori forzati", che si vedono nei film ma non esistono più. Ora, anche se non sempre quanto si vorrebbe, tutti le carceri cercano di far lavorare il più possibile i detenuti, in vista di un loro reinserimento una volta che rientreranno nella società.
E ora una sentenza del tribunale di Venezia sancisce che quel lavoro è in tutto e per tutto paragonabile a quello "esterno" (o "libero", come lo definisce il giudice Chiara Coppetta Calzavara), indennità di disoccupazione compresa.
Tutto nasce da un detenuto del carcere veneziano di Santa Maria Maggiore, che aveva lavorato per un anno, tra il 2018 e il 2019, assistendo una persona disabile. Il suo "licenziamento" non era stato legato però a qualche problema sul lavoro, ma semplicemente perché aveva finito di scontare la sua pena ed era uscito di cella. Non era però riuscito a trovare un lavoro e aveva dunque fatto una richiesta formale per accedere alla Naspi, che però era stata respinta dall'Inps, sulla base del presupposto contrario rispetto a quello enunciato in sentenza: ovvero che il lavoro da detenuto non potesse essere equiparato a quello "libero".
Il detenuto aveva allora deciso di fare ricorso e si era affidato agli avvocati Marta Capuzzo e Giancarlo Moro, legali di Inca-Cgil, che sono riusciti a convincere il giudice. Nella sentenza si afferma la "natura discriminatoria" di tale rifiuto dell'Inps, poiché contrario all'articolo 3 della Costituzione: "I detenuti alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria sarebbero gli unici, nell'ordinamento, a versare la contribuzione atta a finanziare la Naspi senza potersene avvantaggiare". L'uomo si era trovato nella condizione di "disoccupazione involontaria", legata appunto alla scarcerazione. "È una sentenza molto importante poiché evidenzia la necessità di non vanificare ogni sforzo affinché si affermi la funzione rieducativa della pena e la prospettiva di un possibile loro reinserimento nella società libera", afferma Giuseppe Colletti, dell'Area Previdenza dell'Inca-Cgil.











