di Francesca Paci
La Stampa, 8 novembre 2022
Abbiamo due date per capire se l’incontro di oltre un’ora tra la premier italiana Giorgia Meloni e il presidente egiziano Al Sisi segnerà oltre alla rinnovata collaborazione economica tra i due Paesi un reale cambio di passo sui casi, diversissimi ma paralleli, di Giulio Regeni e Patrick George Zaki.
La prima è il 29 novembre prossimo, quando lo studente dell’università di Bologna tornerà in aula, l’ennesima udienza di un processo kafkiano che lo vede accusato di cospirazione contro lo Stato per un articolo sulla reale persecuzione dei cristiani copti nel suo Paese. La seconda è il 13 febbraio 2023, data a cui, appena un mese fa, è stata aggiornata l’udienza del procedimento sull’omicidio di Regeni nella speranza che, nel frattempo, l’Italia riesca ad ottenere dalle autorità del Cairo gli indirizzi dei quattro agenti dei servizi segreti indagati perché ritenuti i responsabili materiali della morte di Regeni. Se è vero che, come ci dicono le note delle diplomazie incrociate, il bilaterale di ieri a Sharm el Sheikh ha visto l’Italia manifestare una “forte attenzione” per i due casi e l’Egitto raccoglierla non mancherà modo di vederne i frutti. A strettissimo giro. Altrimenti saremo di fronte all’ennesima, magari ultima, tappa di avvicinamento alla normalizzazione dei rapporti tra due Paesi separati da un ingombrantissimo convitato di pietra.
Non è una grande novità in sé che Italia e Egitto programmino di lavorare insieme per ottenere verità e giustizia sulla sorte del ricercatore friulano assassinato al Cairo, dopo una settimana di torture, il 3 febbraio 2016. Da quasi sei anni qualsiasi premier italiano impegnato in un meeting con il presidente Al Sisi inizia il suo discorso ricordando che, grazie all’irriducibile lavoro della magistratura di Roma, sappiamo come sono andate le cose al punto da conoscere i nomi di quattro presunti assassini del nostro connazionale. E da sei anni la controparte assicura di voler collaborare con la Procura di Roma salvo negare poi, mese dopo mese, non solo le accuse ma il principio stesso del processo, la consegna degli indirizzi degli 007 indagati a cui notificare l’atto. Un rumore di fondo fastidioso, certo, ma che, al netto di un grande permanente imbarazzo, non ha impedito il partnerariato tra i due Paesi, dalla gestione dei flussi migratori ai rapporti commerciali. Così come da quasi tre anni il governo ma soprattutto il Parlamento italiano non hanno smesso di pressare per la liberazione di Zaki, arrestato il 7 febbraio 2020 e da allora prigioniero di un limbo giuridico senza fine. Invano.
Cosa cambia oggi o cosa può cambiare, dopo l’incontro tra Giorgia Meloni e Abdel Fattah Al Sisi? Tanto per cominciare l’Egitto ha oggi un ruolo geopolitico che non aveva negli anni passati, un ruolo importantissimo per l’Italia sia sul piano delle forniture di gas, mai tanto necessarie come in questi mesi, sia su quello dei migranti, su cui il Cairo sta cercando di ritagliarsi il ruolo di Erdogan del Mediterraneo. Ed è un fatto che la geopolitica non si misuri con i parametri dell’etica. Finora l’Italia è sembrata voler mantenere i rapporti con l’Egitto senza dichiararlo troppo, senza tanto clamore, almeno fin quando non avesse ottenuto verità e giustizia. Il nuovo governo ha aperto una nuova finestra di collaborazione ricordando il rispetto dovuto alla propria sovranità nazionale: abbiamo di fronte due date per capire se è cambiata stagione e come.









