di Paola Balducci
Il Dubbio, 8 aprile 2026
Il dibattito politico e pubblico sulla riforma della giustizia ha occupato per mesi il centro della scena, sollevando questioni altissime, quasi teoriche, sull’assetto dei poteri e sugli equilibri costituzionali. Temi nobili, certo, ma allo stesso tempo non esattamente sovrapponibili a ciò che accade giornalmente nei tribunali, negli uffici, nelle cancellerie. In penombra è rimasta la realtà più semplice e urgente: nel quotidiano la giustizia italiana fatica a funzionare. Prima ancora dei modelli teorici di equilibrio tra poteri, esiste la realtà concreta della macchina-giustizia.
Siamo figli del codice Vassalli, di una stagione riformatrice che ha introdotto principi altissimi - il contraddittorio nella formazione della prova, l’oralità, l’immediatezza - con l’ambizione di costruire un processo realmente accusatorio e realmente giusto. Oggi, però, quel modello rischia di rimanere solo sulla carta. Soprattutto dopo il periodo pandemico, la partecipazione al processo si è progressivamente ridotta: udienze cartolarizzate, trattazioni scritte, presenze da remoto che, se nate come strumenti emergenziali, si sono trasformate in prassi. Ma il processo penale vive di presenza, di oralità, di confronto diretto.
Quando questi elementi si affievoliscono, forse si semplifica ma di certo si impoverisce. Innovare non significa peggiorare. La digitalizzazione può e deve essere un alleato della giustizia, ma oggi troppo spesso si traduce in un’ulteriore stratificazione burocratica. Le stesse Procure sono vittime di un’eccessiva burocratizzazione digitale, talvolta male applicata: piattaforme che rallentano invece di accelerare, adempimenti formali che si moltiplicano, personale amministrativo insufficiente chiamato a gestire procedure sempre più complesse.
Il risultato è un paradosso: strumenti pensati per velocizzare finiscono per ingolfare ulteriormente il sistema. E chi rimane in attesa? Sempre il cittadino, che in più fasi del suo percorso giudiziario resta sospeso tra incertezze e continui rinvii, con buona pace degli altissimi principi di ragionevole durata del processo. Anche le richieste di archiviazione seguono ormai la stessa scia di ritardi e incertezze, per non parlare dei tempi delle indagini preliminari. Nel frattempo, si assiste a un utilizzo sempre più esteso del giudizio abbreviato. Eppure l’abbreviato non era stato concepito per trasformarsi in una scorciatoia sistematica. Era uno strumento deflattivo, certo, ma anche una scelta processuale consapevole, fondata su un equilibrio tra rinuncia al dibattimento e beneficio sanzionatorio. Quando rischia di diventare la regola anziché l’eccezione, significa che qualcosa nel sistema ordinario non funziona più.
Non si tratta di aspetti secondari: il divario tra ciò che prevede la legge e ciò che accade nella pratica continua ad allargarsi. Gli uffici giudiziari devono fare i conti con carichi di lavoro sempre più pesanti e con strutture che spesso non sono in grado di sostenere la domanda di giustizia. Questi dati non sono statistiche da addetti ai lavori: sono il segno tangibile di una giustizia che rischia ogni giorno di tradire la sua funzione costituzionale. E questi dati si traducono in processi che durano anni, archivi che si riempiono di fascicoli invece che di giustizia, vittime che chiedono protezione e la ricevono troppo tardi. Nel frattempo, i turni del reparto giustizia diventano impossibili, le udienze slittano, i reati restano sospesi nel limbo.
A fare da contraltare, c’è stata, per mesi, la grande retorica della “riforma”: discussioni spesso astratte, che hanno inseguito il principio ma forse trascurato la prassi. Come può funzionare una separazione delle carriere se mancano le persone, i mezzi, l’efficienza elementare degli uffici? È un po’ come intervenire sull’architettura di una casa i cui muri stanno cedendo: il disegno può essere perfetto, ma se le fondamenta scricchiolano - e oggi le fondamenta della giustizia italiana sono fatte di organici scoperti, tecnologie mal integrate e leggi inapplicate - il sistema crollerà comunque. Qualunque fosse stato l’esito del referendum, un punto avrebbe dovuto essere fermo: il giusto processo non è una formula retorica. È parità di armi, è possibilità effettiva per l’avvocato di costituirsi, intervenire, far valere le ragioni del proprio assistito in condizioni di reale equilibrio. Se davvero crediamo alla parità tra accusa e difesa, allora in questo momento storico dovremmo introdurre anche il contraltare del processo, l’avvocato, in Costituzione.
Non possiamo più considerare questi come “problemi tecnici”. Sono questioni di dignità costituzionale, perché una giustizia in ritardo è una giustizia negata. Perché dietro ogni fascicolo impolverato c’è una persona che aspetta un diritto, e dietro ogni garanzia affievolita c’è un processo che perde la sua anima. Finché continueremo a discutere di equilibrio dei poteri senza preoccuparci del malfunzionamento del potere stesso, qualunque riforma resterà un esercizio di superficie. La vera riforma - quella che ancora manca - è far funzionare la giustizia, prima di rifarla.











