di Francesco D'Errico*
Il Dubbio, 28 aprile 2021
Luigi Manconi e Federica Graziani nel loro "Per il tuo bene ti mozzerò la testa. Contro il giustizialismo morale" (Einaudi), scrivono che il populismo penale è "un camaleontico dio minore tracima nella realtà, in una lotta ostinata per l'egemonia nello spazio pubblico, un fenomeno che straripa da ogni delimitazione scientifica e da ogni analisi analitica".
E come si presenta, d'altronde, il populismo penale, se non con l'immagine di una vorace bestia multiforme in grado di sopravvivere e di riprodursi nelle più disparate realtà sociali, culturali e politiche pur andando sempre a caccia di libertà e garanzie individuali? Ne "L'enigma penale. L'affermazione politica dei populismi nelle democrazie liberali" (Giappichelli), il penalista Enrico Amati, ci offre una panoramica completa e approfondita della proliferazione giustizialista contemporanea, muovendosi nella sua ricerca con un dinamico approccio interdisciplinare che, pur rimanendo nel solco di una rigorosa impostazione tecnico- scientifica, ha il pregio di non prescindere mai dal "momento e dal milieu politico in cui la legislazione viene alla luce ed opera", visto che diversamente non si potrebbe affatto "intendere l'intimo valore di essa" (Bettiol docet).
Più in particolare il professore analizza il rapporto tra la belva populistica e l'habitat della democrazia liberale contemporanea, indagando, anche al di là dei confini italiani, sulle ragioni storiche e politiche all'origine della sua nascita e della sua affermazione, ed evidenziando le principali prede della sua inarrestabile voracità, la presunzione d'innocenza, l'extrema ratio, e soprattutto la razionalità delle produzione delle leggi penali, che ha ormai lasciato il posto all'oclocrazia punitiva.
D'altronde il populismo penale miete vittime nel nostro Paese da almeno ventinove anni, da quando è, per così dire, passato dall'infanzia alla giovinezza grazie all'inchiesta di Mani Pulite, occasione nella quale la magistratura ha assunto "impropriamente il ruolo di interprete autentico di aspettative popolari di giustizia in una logica di supplenza", una funzione paradossalmente legittimata dallo stesso legislatore, che da allora ha iniziato a scaricare sul potere giudiziario problemi che il potere politico non sa o non vuole risolvere, contribuendo attivamente alla propria delegittimazione.
Così "l'oppio giudiziario ha ormai contaminato gran parte della cultura (anche politica) italiana, incentivando una produzione penale compulsiva di scarsa qualità, che ha notevolmente ampliato la discrezionalità giudiziale e prodotto un generale abbassamento del livello di garanzie giuridiche". Se il panorama effettivamente appare desolante, nella cupa fase in cui domina "l'insipienza di tutto governare col mezzo di criminali processi" e in cui (ri) emerge "la vecchia modernità delle ideologie penalistiche autoritarie", Amati non si limita all'analisi dell'esistente ed elabora una serie di proposte per resistere all'incessante attacco corrosivo dell'orribile creatura figlia dell'incrocio pericoloso di antipolitica, giornalismo manettaro e protagonismo mediatico della pubblica accusa.
Il recupero della riserva di legge rafforzata in materia penale, una nuova deontologia giudiziaria ed ermeneutica volta alla valorizzazione dei principi di tassatività, determinatezza ed offensività ed il "recupero della vocazione all'apertura culturale e alla permeabilità politica che ha caratterizzato la penalistica civile italiana", sono i sentieri da percorrere.
Se è vero, infatti, che "la macchina giustizia è indispensabile" - e in ogni società civile lo è sebbene sia "affetta da congeniti, tremendi pericoli e da immoralità intrinseche" -, è altrettanto vero che "ciò non esime la penalistica dal pretendere, quantomeno, un modello di giustizia penale decente". Bando alla disillusione e al cinico pessimismo, largo alla ragionevole utopia della decenza. Il cammino è lungo e tortuoso, meglio non perdere tempo.
*Presidente Associazione Extrema Ratio











