recensione di Vittorio Feltri
Libero, 16 settembre 2020
Il racconto della vita dietro le sbarre di un uomo che deve tenere a bada migliaia di detenuti, molti di loro disperati. Silvio Pellico, che scrisse Le mie prigioni, un capolavoro ottocentesco di cui si leggevano una volta alcune pagine nelle antologie scolastiche, non avrebbe mai immaginato un epigono persino letterario, situato però dall'altra parte della pena: quella del direttore di un penitenziario, anche se non proprio lo Spielberg.
In fondo, nella visione romantica e cinematografica, chi esercita questa funzione è assimilato a un boia più raffinato: è il super-aguzzino di "Ali della libertà", un arci-secondino che tiene lucide le apparenze di civiltà dell'inferno. Ho scelto un paragone simmetrico, citando Pellico, di certo esagerato, però ci sono singhiozzi di sofferenza e di umanità indimenticabili nel libro appena uscito di Giacinto Siciliano: "Di cuore e di coraggio - Memorie di un direttore di carcere" (Rizzoli, pp 273, € 18, e-book 9,99).
Non ritenevo possibile che un libro sui penitenziari di uno di questo mestiere potesse essere avvincente. Lo è stato per me dal punto di vista intellettuale ed emotivo. Siciliano, attuale responsabile del carcere di San Vittore, e in precedenza di quello gonfio di ergastolani e di capi mafiosi al 41bis, tra cui a suo tempo Totò Riina, di Opera (sempre a Milano), è riuscito a trascinarmi "dentro" in molti sensi, e costringerà chi vorrà fidarsi del mio consiglio a entrare dove si sente il clangore metallico delle serrature, ma soprattutto nell'esperienza viva (viva? Che vita è senza libertà?) di quel mondo.
E persino riconoscere la sua utilità, la possibilità che non sia l'università del crimine, un master per nemici accaniti della società, bensì un luogo dove rinascere, con fatica, strappi interiori, ma uscendo dalla spirale perversa di un'esistenza malvissuta. Utopia? Sogno di visionari? Ipocrisia? Lo pensano in tanti: sia quelli che sono contrari all'esistenza stessa delle carceri, e valutano soluzioni rieducative senza sbarre (chi è l'utopista, in questo caso?), sia chi è convinto che siccome un delinquente non cambia, tanto vale, nel periodo di detenzione, fargli vedere i sorci verdi, insomma che soffra il più possibile.
Detenuti cambiati - Siciliano racconta un'altra possibilità, la documenta con nomi e cognomi di detenuti cambiati nel profondo. Nessuna teoria ma, appunto, la sua personale vicenda. E che storia quella di Siciliano. Figlio d'arte ma trascinato in questa carriera per un caso che sa tanto di fato inesorabile. Nonno comandante delle guardie di un penitenziario, il padre direttore delle carceri più difficili, capace di soffocare rivolte, e perciò sotto scorta come ora capita al figlio Giacinto. Il quale, cresciuto nell'astanteria delle prigioni, racconta cosa gli capitava il mattino uscendo per andare a scuola. Scrive: "Siciliano boia devi morire". La scritta rossa con la stella a cinque punte delle BR era comparsa dalla notte al giorno sul muro del palazzo di fronte a casa dei miei nonni materni, nel quartiere Santa Rosa a Lecce. Ero un ragazzino". Ovvio volesse liberarsi da incubi simili. Voleva fare il notaio, uscire, andare lontano da quelle fortezze senza gioia. Fa il concorso per direttore di penitenziari per esercitarsi nel superare esami e assecondare un'amica che voleva compagnia nello studio, e si ritrova vincitore. Il numero uno. Un destino. Subito a Monza, vice di un grande maestro, Luciano Petruzziello "sempre con una sigaretta senza filtro in mano" a spiegargli una legge del carcere e forse della vita: "Il nemico, Giacinto, te lo devi tenere vicino". Giravano nella nebbia intorno alle mura della "loro" prigione, nel freddo e nella nebbia della Brianza, lui con un cappotto troppo leggero, balbettando dal freddo e scaldandosi nel fumo delle nazionali senza filtro del direttore.
La storia personale - Che cosa ha imparato Siciliano e che cosa comunica al lettore sulle carceri? Un attimo. Prima introduco un altro elemento, secondario fino a un certo punto rispetto al dibattito in corso sulla natura dell'istituzione carceraria, che è un chiodo conficcato nel fianco dell'autore, anzi proprio sulla bocca dello stomaco, e che penetra e strazia la sua coscienza. Siciliano ha vissuto, e ancora vive nell'intimo, una storia personale di tortura giudiziaria. Fu accusato nel 2006 di essere parte di una associazione che - facendosi beffe dei magistrati inquirenti - forniva informatori di mafia ai servizi segreti, sulla base di un protocollo detto Farfalla vigente tra la Direzione amministrativa penitenziaria e l'Aisi (l'intelligence interna).
Non ne sapeva nulla, mai letto e dunque mai praticato. Il direttore di San Vittore, oggi onorato da tutti - e giustamente -, sente ancora come una ferita insanabile il pubblico ministero che, mentre gli puntava il dito contro, ripeteva: "Lei è il disonore della sua amministrazione". Otto anni di processo, spese e offese, infine la prescrizione senza che il giudice decidesse su assoluzione o colpevolezza. Accettò la prescrizione, non poteva permettersi anni e ancora anni di tormento e la rovina economica per la sua famiglia. Non si dà pace. E questa esperienza personale di ingiustizia ha contribuito a farlo maturare, a rendergli più pulito lo sguardo su chiunque abbia davanti. Pure il più criminale dei criminali, gente che scioglie i bambini nell'acido dopo averli strozzati con cura? Pare di sì. Siciliano scrive: "La dignità di un uomo rimane un valore intoccabile anche in una cella". Ancora: "A me può anche far ribollire il sangue dentro, ma non posso non trattarlo da uomo. E un uomo fa sempre la differenza. Il detenuto che hai davanti è un uomo, non un pezzo di carta, non una sentenza, è una storia e un futuro. Con quell'uomo devo lavorare per valorizzarlo e dargli una possibilità, in modo che faccia tesoro degli errori e cerchi solo di migliorare".
Libertà - Sia chiaro. "Il carcere non è un posto bello". Non lo è per chi vi sconta la pena, e neppure per chi vigila sui detenuti. Lì infatti si comprime qualcosa senza cui la vita non è tale, e l'uomo è amputato di qualcosa di essenziale, il cui nome comincia per elle e finisce con l'accento sulla a: non ripeto la parola per non sciuparla. La gran parte delle persone ritiene che, rispetto al male fatto, e specie davanti a delitti efferati, questa privazione sia poca cosa, e sostiene che qualsiasi allentamento della morsa, e persino l'ora d'aria, siano regali ingiusti, secondo una morale che risuona nella famosa frase che Giacinto - viene naturale trattarlo con confidenza - cita e a cui replica: "Bisogna prendere le chiavi e buttarle via". Certo, sarebbe più facile dire sempre di no, mantenersi sulla difensiva, tenere il "nemico" alla larga, isolato, senza che abbia l'opportunità di poter cambiare. Questo però non è il mio compito, questo non è il dovere dello Stato. Se lavorassi al riparo da ogni possibile seccatura o rischio, sarei debole e lo sarebbe pure lo Stato che rappresento. E il carcere sì che si trasformerebbe in un'istituzione inutile, come ormai, purtroppo, sostengono in molti".
Ultimamente un magistrato che in cella ha contribuito a sbatterne tanti, Gherardo Colombo, in pensione riflessiva, è arrivato alla conclusione che non servano a nulla, peggiorano chi vi finisce e alla fine sono un pericolo per la società. Siciliano risponde: "Io, che sono un ottimista di natura, penso che il carcere, pur con tutti i suoi limiti, abbia un valore. Il carcere non è un posto bello, ma può funzionare. Per funzionare bene, la pena deve essere però utile e dignitosa". Per questo si dichiara contro "l'ergastolo ostativo", che toglie qualsiasi possibilità di pensare a un futuro diverso, fosse pure per un pomeriggio, per un'ora. Non è tempo perso, almeno non sempre, la prigione. Cita nomi e casi di gente rinata, senza alcuna convenienza per se stessi. E che lo hanno ringraziato per l'occasione data di incontrare un "servitore dello Stato" (stavolta l'espressione mi pare congrua), che, severo sulle regole della detenzione e sul rispetto scrupoloso delle norme, però sa che la pena è per la persona e non la persona per la pena, fosse pure il più malvagio degli assassini.










