di Federica Farina*
Left, 20 marzo 2020
L'indulto e l'amnistia sono provvedimenti necessari ma il governo non ci pensa proprio e fatica anche a recepire le soluzioni più snelle che gli vengono offerte per disinnescare la miccia accesa dal coronavirus. In questo periodo tutta l'informazione è concentrata sull'emergenza Covid-19, una minaccia che non conosce barriere, nemmeno le porte del carcere.
Ciò che le strutture carcerarie italiane non sono in grado di impedire è la diffusione del virus al loro interno, dal momento che i detenuti per ragioni oggettive non possono seguire norme di comportamento come lavarsi spesso le mani e mantenere la distanza di sicurezza. Per cercare di evitare i contagi tra i detenuti sono stati adottati alcuni provvedimenti tra i quali l'improvvisa sospensione dei colloqui con i familiari.
Questa decisione ha creato un clima di frustrazione tra i detenuti e ha fatto esplodere una situazione da tempo fortemente critica. Ai detenuti sono state date informazioni tardive, poco chiare e altalenanti, ed alcuni - è bene specificare che si è trattato di pochi elementi - hanno reagito con violenza. Ci sono stati scontri, evasioni, danni alle strutture e suicidi, una rivolta disperata e dall'esito infausto per tutti. La violenza non è mai accettabile, i reati commessi andranno perseguiti, ma questa tragedia impone riflessioni che non possono più attendere.
Le rivolte nelle carceri non si vedevano da qualche decennio ed è evidente che siano la spia che molte cose non vanno al di là del coronavirus. Il sistema carcerario italiano è da troppo tempo fuori dai limiti di legge e della decenza e i governi che si sono succeduti si sono mostrati sordi a ogni richiamo. Nel carcere l'essere umano sparisce, conta solo il reato. I detenuti vivono in celle sovraffollate, il personale della polizia penitenziaria è numericamente insufficiente.
Gli agenti si trovano a lavorare in condizioni critiche e, data l'impossibilità di garantire un adeguato controllo, in alcune carceri è molto limitata la possibilità di svolgere attività per i detenuti che trascorrono gran parte del loro tempo chiusi in cella. Oltre il 35% della popolazione detenuta è in carcere per violazione delle leggi sulle droghe e ci sono anche i malati psichiatrici, "parcheggiati" in attesa di essere trasferiti in una struttura sanitaria. Parlando con i dati alla mano, al 30 aprile 2019 i detenuti presenti nelle carceri italiane erano 60.439, quasi 10mila in più dei 50.511 posti letto ufficialmente disponibili, per un tasso di affollamento medio che supera il 120% ed arriva al 150% in alcune Regioni.
In numerose carceri ci sono celle che non garantiscono i tre metri quadrati di spazio a persona, soglia considerata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) come parametro minimo perché non si configuri un trattamento inumano o degradante. Nel 2013 la Corte ha sanzionato l'Italia per la violazione dei diritti più elementari ma la situazione non è stata ancora riportata nei limiti della legalità. Il sovraffollamento è un problema che è stato troppo a lungo rinviato e lo Stato non si sta attivando neanche ora che sono stati riscontrati casi di coronavirus in carcere.
Il contagio potrebbe esplodere ai massimi livelli in ambienti come questi, senza contare che l'epidemia riguarderebbe anche gli operatori che poi la porterebbero a casa. Davanti a questo scenario drammatico il nostro ministro della Giustizia si è limitato a ringraziare la polizia e ha detto che bisogna "riportare tutto alla legalità>; legalità, a quanto pare, a senso unico dato che le carceri sono da tempo fuori legge e non vi è alcun interesse ad intervenire.
Le carceri sono all'ultimo posto nei pensieri del governo, ce lo diceva la settimana scorsa su Rita Bernardini del Partito radicale intervistata da Valentina Stella e il ministro con questa affermazione non ha fatto che confermarlo. Consapevoli della gravità della situazione, le Camere penali italiane hanno proposto al governo una soluzione che garantisce comunque di scontare la pena adottando però ove possibile la detenzione domiciliare per tutti i casi di pena inferiore a due anni.
La legge già prevede questa possibilità per pene residue fino a 18 mesi, gli avvocati propongono di innalzare il limite a 24 mesi e di applicare il principio con decreto legge, lasciando quindi ai tribunali di sorveglianza solo il compito di verificare l'esistenza del domicilio familiare disponibile. Considerando che i detenuti che si trovano a dover scontare meno di due anni sono circa 16mila, si capisce bene che il problema del sovraffollamento verrebbe presto ridimensionato e i detenuti che dovrebbero rimanere in carcere potrebbero vivere in condizioni più umane. Questo governo è chiamato ad intervenire in fretta ma va detto che questa situazione è un risultato imputabile anche alla politica poco coraggiosa di chi lo ha preceduto.
L'ex ministro Orlando aveva avviato una riforma che avrebbe potuto migliorare la situazione ma il suo lavoro non è stato portato a compimento ed è stato poi spazzato via dall'esecutivo Lega M5s e, purtroppo, anche l'attuale esecutivo non sembra fare di meglio. L'indulto e l'amnistia sono provvedimenti necessari ma il governo non ci pensa proprio e fatica anche a recepire le soluzioni più snelle che gli vengono offerte per disinnescare la miccia accesa dal coronavirus.
A questo punto viene da chiedersi perché succede tutto questo, perché non si è ancora corsi ai ripari? Il problema parrebbe essere sia politico che culturale. La sinistra non ha trovato il coraggio di fare le scelte giuste, ha rinunciato da tempo alla sua componente garantisca lasciandosi spesso superare, per quanto riguarda la giustizia, perfino da una certa destra di matrice liberale.
La sinistra dovrebbe rivedere le sue priorità e ritrovare un'adeguata collocazione all'interno dello Stato di diritto tutelando gli esseri umani, senza distinzioni perché uguali per nascita, ed i loro diritti. Se la sinistra si ritrova con gli occhi annebbiati in tema di diritti e non riesce ad affrontare situazioni gravissime come quella del sistema carcerario, a loro volta le persone, e quindi l'elettorato, si lasciano confondere, perdendosi nella spasmodica e continua ricerca di un capro espiatorio.
Bisognerebbe riappropriarsi dell'idea di recupero sociale, tornare a recepire quanto indicato dalla nostra Costituzione che è molto chiara: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato" (art. 27) e, soprattutto, bisognerebbe recuperare un'idea più profonda di essere umano. Occorre una rivoluzione culturale in cui tutti dobbiamo fare la nostra parte, con tutta la sensibilità e l'onestà intellettuale di cui siamo capaci.
*Avvocato










