sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Ornella Favero*


Ristretti Orizzonti, 19 dicembre 2021

 

Ce l'hanno più di tutti "quelli che vi sono stati lungamente, che vi hanno sofferto".

"Bisogna aver visto" sono tre parole, significative se riferite a luoghi ancora pochissimo trasparenti come sono le carceri, usate da Piero Calamandrei nel 1948, in un intervento alla Camera, per richiamare l'importanza di conoscere la realtà del carcere per averla vista con i propri occhi, però ci sono due passaggi di quel discorso che meritano di essere ripresi e approfonditi ancora e ancora:

"Si è parlato lungamente delle carceri e ne hanno parlato soprattutto coloro che più avevano il diritto di parlarne, cioè quelli che vi sono stati lungamente, che vi hanno sofferto e che hanno sperimentato quel che vuol dire essere recluso per dieci o venti anni".

"Ho conosciuto a Firenze un magistrato di eccezionale valore che i fascisti assassinarono nei giorni della liberazione sulla porta della Corte d'appello, il quale aveva chiesto, una volta, ai suoi superiori il permesso di andare sotto falso nome per qualche mese in un reclusorio, confuso coi carcerati, perché soltanto in questo modo egli si rendeva conto che avrebbe capito qual è la condizione materiale e psicologica dei reclusi, e avrebbe potuto poi, dopo quella esperienza, adempiere con coscienza a quella sua funzione di giudice di sorveglianza, che potrebbe esser pienamente efficace solo se fosse fatta da chi avesse prima esperimentato quella realtà sulla quale deve sorvegliare. Vedere! questo è il punto essenziale".

Marta Cartabia, prima di diventare ministra della Giustizia, aveva fatto con la Corte Costituzionale un viaggio importante nelle carceri proprio perché consapevole che "bisogna aver visto". Certo "aver visto" è tanto, però è solo un inizio, bisogna anche ascoltare incessantemente chi il carcere lo vive sulla sua pelle, ma il fatto è che la parola a chi il carcere lo ha vissuto e lo conosce da anni non la sta dando quasi nessuno, e quasi nessuno porta come esempio quel magistrato, di cui parla Calamandrei, che aveva chiesto di stare per qualche mese in un reclusorio, prima di esercitare la funzione di giudice di sorveglianza.

 

Le domande del Volontariato oggi sono tante: è cambiato qualcosa rispetto all'ascolto delle persone detenute? qualcuno le ascolta davvero? si confronta con loro? insegna loro, ma anche impara da loro, perché questa dovrebbe essere la rieducazione? riconosce loro la dignità di parlare di se stessi e della propria condizione in prima persona, e non sempre attraverso qualcun altro, che dovrebbe farsi portavoce della sofferenza altrui?

Io faccio volontariato in carcere con Ristretti Orizzonti, che il prossimo anno "festeggia" le sue nozze d'argento con la galera, 25 anni in cui abbiamo ascoltato e raccolto le parole di migliaia di persone detenute (e anche di tanti operatori, addetti ai lavori, esperti, ma loro la voce per lo meno ce l'hanno autonomamente), eppure fatichiamo enormemente a vedere riconosciuto questo nostro ruolo. Mi è capitato tra le mani in questi giorni un libretto di don Milani dal titolo "L'obbedienza non è più una virtù" e ho pensato che in carcere invece spesso L'OBBEDIENZA è ANCORA UNA VIRTU', e noi siamo considerati fastidiosamente poco obbedienti.

 

Io prendo parte spesso a convegni dove si parla di carcere, ascolto, imparo, parlo, quindi ho il massimo rispetto dei luoghi dove si riflette sulla realtà delle pene e del carcere, però basta leggere Con gli occhi del nemico, il saggio di David Grossman, lo scrittore israeliano che vive dentro uno dei più duri conflitti del mondo contemporaneo, per capire che forse bisogna fare di più per conoscere quelli che la società considera "nemici": "Quando abbiamo conosciuto l'altro dall'interno, da quel momento non possiamo più essere completamente indifferenti a lui. Ci risulterà difficile rinnegarlo del tutto. Fare come se fosse una 'non persona'. Non potremo più rifuggire dalla sua sofferenza, dalla sua ragione, dalla sua storia. E forse diventeremo anche più indulgenti con i suoi errori".

"Conoscere l'altro dall'interno": il Volontariato, il Terzo Settore spesso lo fanno, e quando lo fanno con una presenza continua nelle carceri e uno sguardo critico, non possono non vedere che oggi la vita detentiva è caratterizzata ancora da poco ascolto, da tanta rabbia, da conflitti pesanti, da attesa infinita senza risposte.

Chiediamo troppo se chiediamo che a parlare di questa rabbia e questa attesa siano direttamente le persone detenute, e che il tema di una loro rappresentanza elettiva sia messo all'ordine del giorno dalla politica?

Chiediamo troppo se chiediamo che la Giustizia riparativa, di cui oggi tutti parlano, sia declinata in tanti aspetti che non siano solo la mediazione tra vittima e reo, ma anche quei percorsi che, per esempio, permettono alle persone detenute di incontrare quelle vittime di reato, che hanno voglia di entrare in carcere e aprire un dialogo con chi è stato causa di tanto male; o quei percorsi dove le persone detenute riparano in qualche modo i danni prodotti dai loro reati mettendo a disposizione degli studenti la loro testimonianza, i disastri delle loro vite, le cadute, facendo così autentica prevenzione?

E a proposito di questi progetti, ricordo che a Padova alcuni detenuti, anche dei circuiti di Alta Sicurezza, hanno portato e stanno portando la loro testimonianza in videoconferenza nelle scuole di Reggio Calabria, e questo significa un distacco profondo, difficile, importante dalle organizzazioni criminali di appartenenza.

Una parlamentare della sinistra (in buona compagnia con tantissimi esponenti della destra) ha di recente definito la sentenza della Corte Costituzionale sull'ergastolo ostativo "una sciagurata ordinanza" e ha affermato con categorica certezza come "tutti (diconsi tutti) i processi di mafia attestino che il mafioso lo è per la vita e che la sua rieducazione è sostanzialmente impossibile, con l'unica eccezione della fattiva collaborazione con la giustizia".

A tutte quelle persone che sono così sicure, così categoriche nelle loro certezze che "i mafiosi non cambiano", possiamo solo augurare che non gli capiti mai di avere un famigliare che finisce in carcere, perché lì le certezze si sgretolano in fretta, e che abbiano l'occasione di ascoltare almeno quei figli che attendono da una vita di vedere per qualche ora il loro padre fuori da quei "cimiteri dei vivi", come Filippo Turati nel 1904 definì le carceri, dopo averle conosciute a fondo, e non solo viste.

 

*Direttrice di Ristretti Orizzonti e Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia