di Luigi Manconi
La Repubblica, 15 dicembre 2020
Il congedo di Donald Trump dalla Casa Bianca sarà accompagnato dall'accelerazione delle esecuzioni capitali, mai così numerose nel periodo di transizione da una presidenza all'altra. È come se Trump volesse imprimere un segno inesorabilmente crudo sul proprio lascito di potere. È un messaggio altamente simbolico, che ci parla non solo di un'idea di giustizia, ma anche del significato di concetti come libero arbitrio e responsabilità.
Sono le stesse categorie che, lette in un senso totalmente opposto, nel 1764, trattava il ventiseienne Cesare Beccaria, in un libro di non troppe pagine, nel quale si poteva leggere "pareti un assurdo che le leggi [...] che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio".
Quello della pena capitale è un fantasma che periodicamente ritorna nelle paranoie collettive. Abrogata definitivamente in Italia nel 1994, quando venne cancellata anche dal Codice penale militare di guerra, essa viene nominata occasionalmente da esponenti politici: per evocarla, fingendo di esorcizzarla: "Pena di morte? Non dico di arrivare a tanto" (Matteo Salvini) o per reclamarla sgangheratamente: "Io, per quelli del Mose, dell'Expo e della Tav vorrei la ghigliottina [...]. Con la ghigliottina la morte è più evocativa" (Michele Giarrusso, senatore ex M5S).
È come se per alcuni la pena capitale debba rimanere lì, citazione oscena da brandire contro il politicamente corretto della mitezza del diritto, o parametro estremo sul quale misurare pene comunque terribili, capaci di vendicare le offese e di annichilire i rei. Ne consegue che la pena di morte sembra destinata a non dileguarsi una volta per tutte dal nostro spazio mentale, ma resta a covare nell'inconscio collettivo e a emergere nelle fasi di crisi più acuta. Come una soluzione che non si osa dire, ma che pure inquieta e tenta.
Quasi quarant'anni fa, in "Pena di morte e opinione pubblica", (Istituto Cattaneo, 1983), due sociologi di vaglia, Piergiorgio Corbetta e Arturo Parisi, a commento di una ricerca condotta su un campione nazionale, sottolineavano come la distanza tra i favorevoli all'esecuzione capitale e i contrari, fosse netta: 58% contro 42%. E notavano, tuttavia, che rispetto a un'indagine del 1974 (67% di favorevoli), la percentuale era sensibilmente calata.
Altro dato significativo: la tendenza alla riduzione dei favorevoli si era manifestata nel corso di un decennio passato alla storia sotto il nome di "anni di piombo" (mentre fu anche un periodo di profonde riforme). Quasi che la domanda di esecuzione capitale non sia necessariamente dipendente dalla minaccia rappresentata dalla criminalità comune e politica. Dunque, la richiesta di una pena estrema sembra non essere correlata direttamente alla gravità dell'insidia dalla quale quella pena dovrebbe difendere. oggi, secondo il 54° rapporto del Censis, gli italiani favorevoli alla pena di morte sono il 43,7%, e la percentuale cresce nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, mentre è assai inferiore in quella dai 65 anni e oltre.
Per capirci, se ci troviamo in un teatro o in un centro commerciale, ricordiamoci che quasi la metà delle persone intorno a noi vede di buon occhio il ripristino della forca. Questo mentre i dati relativi ai crimini sono in costante calo da trent'anni. Basti ricordare che gli omicidi volontari erano 1.794 nel 1990 e si sono via via ridotti fino ai 308 del 2019.
Parallelamente sono diminuiti tutti i reati (con la sola eccezione di quelli informatici e di usura), compresi quelli cosiddetti "di strada", che più pesano sulla vita quotidiana e più suscitano allarme sociale. Dunque, il fatto che la sicurezza continui a rappresentare la principale preoccupazione dei cittadini non dipende dall'immanenza della criminalità, bensì da quello che lo stesso Censis definisce come "la paura dell'ignoto e l'ansia conseguente".
La combinazione tra la crisi economico-sociale e l'angoscia da pandemia determina una situazione di smarrimento e incertezza del vivere alla quale si tenta disperatamente di porre rimedio con misure d'eccezione, tanto meglio se sbrigative. In una condizione nevrotica anche agitare un cappio può sembrare rassicurante.
Resta un'ultima considerazione. Come ha scritto il leader dell'associazione "Nessuno Tocchi Caino", Sergio d'Elia, la pena di morte mai andrebbe sottoposta a un sondaggio di opinione, perché essa riguarda direttamente la vita umana e la sua intangibilità. E, dunque, non può mai dipendere dalle oscillazioni degli umori e dei rancori, dalle pulsioni del profondo e dalle efferatezze dei demagoghi.











