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di Rosaria Manconi*

 

La Nuova Sardegna, 25 marzo 2021

 

Esistono molti modi per porre fine alla vita di un uomo. Tra questi, l'inerzia, l'omissione e l'indifferenza, non meno gravi di quella di chi impugna un'arma e deliberatamente compie il gesto omicidiario. Anzi, se possibile, alcuni di questi modi sono ancora più incomprensibili e crudeli perché non hanno neppure la scusante dell'impeto irrefrenabile, dell'avventatezza del movente.

Ma è la noncuranza delle istituzioni la più inaccettabile delle offese, in quanto proviene da chi ha il potere/dovere di garantire supremi valori come la tutela costituzionale all'integrità psico-fisica dell'individuo. Tale tutela impone anche il dovere di assicurare cure finalizzate al miglioramento della qualità della vita, nel rispetto della dignità e dell'autonomia della persona. Soprattutto in quei casi in cui, a causa di malattie incurabili o croniche, la terapia del dolore diventa indispensabile per il controllo e l'emenda del dolore stesso.

Con la legge n. 38/2010, e prima ancora con la n. 94/98 cosiddetta legge Di Bella, nel nostro paese è stato consentito l'impiego di farmaci cannabinoidi e oppiodi per alleviare il dolore derivato da patologie gravi, per lo più invalidanti resistenti ad altri trattamenti.

Nella sua attuazione la normativa ha incontrato non pochi ostacoli. A partire dallo stigma, ancora insuperato che porta a considerare la cannabis nella sua unica accezione ludica (e per questo solo negativa) e dal pregiudizio cha ancora sopravvive persino fra i sanitari, spesso impreparati sulle proprietà terapeutiche della cura e sulla necessità di fare rete fra le diverse branche specialistiche. A questo si somma la limitatezza della produzione nazionale e la difficoltà di approvvigionamento dall'estero che non garantiscono il soddisfacimento del fabbisogno in costante aumento.

Secondo i dati forniti dal International Narcotics Control Board (ovvero l'organo di controllo per l'attuazione dei trattati internazionali sulle droghe) per i pazienti del nostro paese servirebbero 1950 kg all'anno di farmaco, contro 159 kg prodotti e distribuiti dallo Stabilimento Chimico Militare di Firenze.

Il tutto aggravato da un sistema di approvvigionamento complesso e farraginoso e dalla carenza di informazione verso l'utenza.

Con poche ma eccellenti eccezioni, tra le quali, proprio in Sardegna, il Centro di terapia del dolore dell'Ospedale Binaghi di Cagliari, egregiamente diretto dal Dott. Tomaso Cocco, che da tempo, con rara sensibilità, profonda umanità e competenza, pratica, con ottimi risultati, le cure a base di cannabis.

Tutto questo accade mentre nel Paese dei dibattiti infiniti e delle commissioni di studio, da anni si disquisisce senza approdo sulla legalizzazione della cannabis. E i diversi disegni di legge proposti giacciono sulle scrivanie istituzionali. Così come rimangono irrisolte le tante istanze di modifica del Dpr 309/90, il testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti alle cui falle e dubbi di conformità costituzionale hanno tentato di dare risposte, almeno in parte, la giurisprudenza di legittimità e la stessa Corte delle leggi.

Così è stato con la sentenza Cass. a Sezioni Unite n. 12348/2019, che ha segnato una importante inversione di rotta rispetto ad un precedente orientamento rigorista affermando, in sintesi, la non punibilità della coltivazione domestica per uso personale ed in quantità modica.

Un passo avanti significativo che però non colma tutte le lacune della norma, cui solo il legislatore può porre rimedio. E neppure ha impedito il rinvio a giudizio di Walter Di Benedetto, imputato di avere coltivato nella propria abitazione piante di cannabis per uso personale.

Walter è arrivato in Tribunale trasportato da un'ambulanza, devastato da anni di malattia e sofferenza causata da una grave forma di artrite reumatoide diagnosticata all'età di 16 anni, che lo costringe a letto fra dolori insopportabili, alleviati solo dall'uso della cannabis, prescritta dai medici dopo avere sperimentato, con esisti devastanti, ogni altro tipo di terapia. Dalla morfina alla chemioterapia.

Senonché il Sistema Sanitario, per le ragioni accennate, non è stato in grado di assicurargli la quantità necessaria per le cure, che ha dovuto interrompere.

Walter è imputato per aver scelto l'autoproduzione anziché rivolgersi alla criminalità organizzata e alimentare il mercato dello spaccio.

Così lui è divenuto l'emblema di una battaglia che il Parlamento non può più ignorare adottando, senza ulteriore ritardo, con approccio laico e finalmente svincolato da moralismi una disciplina delle droghe leggere unita ad una politica che tenga conto della pluralità delle tipologie di consumo, ivi compreso l'impiego medico. Legalizzando le coltivazioni e la detenzione a uso personale delle stesse e dei derivati. Solo così sarà possibile per un verso, sottrarre i grandi profitti al mercato dello spaccio illegale e, per altro verso, avviare una campagna socio culturale di prevenzione ed educazione. Ma soprattutto assicurare le cure necessarie ai tanti malati che nella cannabis trovano sollievo alle loro sofferenze. Infatti, come dice Walter di Benedetto: il dolore non aspetta, il dolore uccide.

*Avvocato