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di Eugenio Losco e Mauro Straini*

Il Manifesto, 6 marzo 2026

Si succedono pacchetti sicurezza che aumentano i poteri della polizia: indebolire i magistrati serve a togliere forza alla difesa delle libertà costituzionali. Con il referendum del 22 e 23 marzo la cittadinanza è chiamata a decidere sulla composizione e le funzioni del Csm, organo previsto in Costituzione per l’autogoverno della magistratura, con competenza su assegnazioni, promozioni, trasferimenti, sanzioni disciplinari. Se vincessero i sì, il Csm sarebbe duplicato (uno per le carriere dei pubblici ministeri, uno per quelle dei giudici), e perderebbe la competenza sui disciplinari, attribuita ad un nuovo organo unitario (un’alta corte disciplinare); per la selezione dei componenti dei tre organi l’elezione sarebbe sostituita con un’inedita estrazione a sorte.

Per spiegare la necessità di separare giudici e pubblici ministeri spesso i sostenitori del sì ricorrono a una metafora calcistica: attualmente il processo penale sarebbe come una partita in cui l’avversario dell’imputato (il pm) veste la stessa maglia dell’arbitro (il giudice). La metafora è furba (in Italia sono sempre tutti pronto a prendersela con l’arbitro), ma nociva, perché fondata su un’eventualità che, dopo la riforma Cartabia, è già oggi praticamente impossibile: il cambio di casacca di un magistrato da pubblico ministero a giudice (e viceversa) con il rischio per un imputato di trovare un giudice che in precedenza abbia svolto la funzione di pubblico ministero (e viceversa).

Dicono che la riforma del Csm sia il definitivo compimento della riforma del processo penale del 1988. L’unica cosa che in Italia non è cambiata dal 1988 è il Festival di Sanremo: come si può pensare di poter dare, oggi, attuazione ad una riforma introdotta quarant’anni fa, e non considerare i cambiamenti avvenuti nel frattempo? La verità è che il modello di processo immaginato come perno del sistema nel 1988 è diventato oggi una modalità di risoluzione del procedimento penale del tutto residuale, a favore di riti alternativi ampiamente convenienti per l’imputato che riducono al minimo o escludono del tutto il dibattimento. Per tornare alla metafora sportiva, il più delle volte la partita non comincia proprio.

Dicono che la riforma del Csm, sostituendo l’elezione con il sorteggio, porterebbe alla scomparsa delle correnti nella magistratura e, con queste, della politicità delle nomine e quindi dei processi. Chi lo dice ignora o finge di ignorare un fatto: la natura politica dei processi non è responsabilità delle correnti, né tanto meno dei singoli magistrati. È conseguenza diretta e inevitabile della natura politica del diritto penale.

E questo vale a maggior ragione per i pochi processi dibattimentali che ad oggi continuano a celebrarsi e che riguardano, nella quasi totalità dei casi, reati esclusi dalle soluzioni premiali perché ritenuti di particolare interesse politico criminale, fenomeni di criminalità maggiore in relazione ai quali la spinta della politica era, è, e resterà, fortissima. Sorteggiare i membri del Csm secondo il metodo che verrebbe introdotto dalla riforma non garantirebbe minore politicità di indagini e processi relativi a questi reati. Semplicemente, la sposterebbe: dalla magistratura verso l’esecutivo. Mentre infatti i magistrati togati verrebbero pescati casualmente tra migliaia di potenziali candidati - non necessariamente motivati, preparati o disponibili -, i membri laici saranno scelti da un elenco predisposto dal Parlamento, cioè dalla maggioranza politica del momento. Una volta al Csm, potranno eludere le spinte delle forze politiche amiche? E i pubblici ministeri sapranno resistere? E i giudici potranno essere sereni nel decidere?

La riforma indebolirà l’indipendenza della magistratura favorendo, attraverso i componenti laici, l’influenza dell’esecutivo appoggiato dalla maggioranza parlamentare. Ed è veramente poco convincente obiettare, come fanno i sostenitori del Sì, che l’indipendenza della magistratura non è in pericolo perché sarà ancora formalmente riconosciuta dall’articolo 104 della Costituzione. Guardando alla forma, quasi tutte le dittature sulla carta sono perfettamente democratiche.

Intanto si succedono pacchetti sicurezza che aumentano a dismisura i poteri della polizia e incidono profondamente sulle libertà e i diritti fondamentali dei cittadini attraverso strumenti di repressione introdotti per categorie percepite come marginali (ultras, migranti, maranza), ma ormai estesi a tutti: fogli di via, daspo, zone rosse, arresti preventivi, sono misure interamente nelle mani dell’esecutivo, del tutto sottratte alle garanzie del processo penale ed alle preoccupazioni di chi sostiene la riforma. Ma attenzione perché una magistratura più debole difficilmente avrà la forza porsi a garanzia delle libertà costituzionali su cui tali strumenti incidono. Insomma, non bisogna lasciarsi confondere da un quesito estremamente tecnico, perché questo è il referendum più politico di sempre.

*Avvocati del Foro di Milano