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di Giovanni Flora*

Il Riformista, 22 giugno 2024

In attesa di “qualcosa di meglio del carcere” e di “qualcosa di meglio della pena”, in carcere si continua a morire. Se, come e perché punire è da secoli uno dei fondamentali interrogativi del diritto penale. La concreta incidenza negativa della pena sui diritti fondamentali della persona, la sua “afflittività”, ne paiono caratteri identificativi sostanziali. Del resto, anche l’art. 25 comma 2 Cost. (“Nessuno può essere punito (..)”) evoca la categoria della “punizione” quale conseguenza della commissione di un fatto di reato, nell’implicito presupposto che ne ricorrano ovviamente tutte le condizioni (non ultima la capacità di intendere e di volere dell’autore).

Spostando l’attenzione dalla pena come categoria dogmatica (che già reca con sé l’idea di un “male” che il reo deve patire) alla pena come categoria storica, non si può non rifl ettere su cosa sia oggi, nell’attuale momento storico, la “pena” e se il sistema sanzionatorio complessivamente considerato sia conforme ai canoni imposti dalla Costituzione, se sia degno di un paese civile e di uno “Stato dei diritti” (per dirla con Marcello Gallo).

A leggere i principi della “Costituzione più bella del mondo” il nostro sistema sanzionatorio si presenta di uno splendore abbagliante. La pena può punire solo l’autore del fatto e non altri e deve ricadere su un soggetto condannato in via definitiva. Non può consistere nella “morte”, né in un trattamento contrario al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato, con il minor sacrificio possibile del bene supremo della libertà personale. Ma la realtà ci consegna un quadro non solo sconfortante, ma tragicamente drammatico.

L’abuso della custodia cautelare in carcere anticipa la punizione a soggetti presunti innocenti. Non solo il processo, infinito, è già una pena, ma, ancor prima, le indagini preliminari i cui contenuti vengono sistematicamente diffusi inchiodano il presunto innocente ad una croce mediatica dalla quale mai riuscirà a liberarsi.

Il ricorso a piene mani al sequestro preventivo a fine di confisca, soprattutto nella forma “per sproporzione”, colpisce certo il bene “patrimonio”, ma ha riflessi così devastanti sulla vita personale e professionale delle persone (art. 2 Cost.) che ci si chiede come possa prescindere dai gravi indizi di colpevolezza in fase cautelare e da una condanna definitiva in fase di giudizio. Ma ciò che clamorosamente contraddice il “volto costituzionale della pena” è la attuale persistenza della centralità della pena carceraria, soprattutto in considerazione delle condizioni disumane in cui viene attualmente scontata.

Le lodevoli, ma timide, “aperture” della “legge Cartabia” alle sanzioni sostitutive della pena detentiva, si sono nella pratica dimostrate del tutto insufficienti, contraddette dalla indecorosa produzione legislativa degli ultimi tempi e frustrate dai rigorismi della giurisprudenza. Così, il sovraffollamento carcerario è ancora inaccettabile realtà e non consente quel minimo di attenzione alla persona del detenuto come tale che costituisce il precipitato etico del trattamento conforme al principio di umanità.

Pertanto, solo un immediato provvedimento di amnistia e indulto, da attuarsi auspicabilmente con decreto-legge, ricorrendo certamente i presupposti di necessità e urgenza, potrebbe creare le condizioni minime affinché in carcere il detenuto possa essere trattato come un essere umano e favorirne il processo di rieducazione. Non si tratterebbe affatto di “provvedimenti di clemenza”; ma di provvedimenti costituenti premesse assolutamente indispensabili per creare le condizioni di adempimento di precetti costituzionali attualmente impossibili da attuare e cercare di frenare quella inarrestabile, drammatica sequenza di suicidi di persone “nelle mani dello Stato”.

Ma la vera soluzione strutturale sta nell’abbandono della centralità del carcere, nella sua radicale sostituzione con misure “alternative” alla detenzione ormai sperimentate con successo in diversi paesi. Forse converrebbe riprendere in mano non solo gli esiti degli” stati generali” sull’esecuzione della pena, ma anche le idee del Progetto di Riforma del Codice penale della “Commissione (Giuliano n.d.r.) Pisapia” (27 luglio 2006) che faceva ampio ricorso a sanzioni alternative a quelle carcerarie. Certo da sempre si va alla ricerca di una pena diversa dal carcere e diversa dalla “inflizione di un male”. La giustizia riparativa, radicalmente ristrutturata rispetto a quella “cartabianca”, potrebbe offrire spunti di riflessione. Intanto, in attesa di “qualcosa di meglio del carcere” e di “qualcosa di meglio della pena”, in carcere si continua a morire. *Professore ordinario di diritto penale