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di Ermes Antonucci

 

Il Foglio Quotidiano, 11 giugno 2020

 

Il complesso delle norme adottate per contrastare la pandemia e i negativi effetti economico-sociali della stessa hanno suscitato gli interessi dei giuristi, in particolare dei costituzionalisti e dei penalisti. Così, è stato rilevato il problema del bilanciamento fra il valore della salute individuale e collettiva e altri valori di primario rilievo (libertà individuale, libertà di iniziativa economica, ecc.); nel contempo si sono studiate le tipologie di sanzioni reputate idonee ad assicurare il rispetto delle regole. In queste righe intendo soffermarmi su un altro aspetto. Pandemia e norme collegate determineranno fra breve una espansione ulteriore del diritto penale (che già avevo definito "totale" in un mio recente lavoro) e correlativamente dei poteri della magistratura inquirente.

Vedo tre vie di espansione. La prima concerne l'elevato livello di contagio e di mortalità che si è verificato: il che induce a ricercare anomalie nello sviluppo causale dei fatti e quindi a ricercare negligenze nell'attività di operatori sanitari. Ma non solo: gli inquirenti sono interessati anche a vagliare l'organizzazione della struttura sanitaria al fine di accertare eventuali mancanze organizzative. Con possibilità di risalire molto in alto nella scala gerarchica burocratica, fino anche ai vertici governativi. Del resto è nota già oggi l'indagine della procura di Bergamo volta a accertare quale sia l'istituzione competente a delimitare le zone rosse. Come spesso capita, al tempo degli applausi e dei riconoscimenti subentra il tempo della conflittualità.

"E probabilmente avremmo evitato il lockdown italiano". Insomma, nel mirino del comitato dei famigliari delle vittime del coronavirus sembrano esserci soprattutto i politici e ieri, in curiosa coincidenza con la manifestazione, è giunta la notizia che sulla mancata istituzione della zona rossa ad Alzano e Nembro la procura di Bergamo interrogherà come persone informate dei fatti il premier Giuseppe Conte, la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese e il ministro della Salute Roberto Speranza, dopo aver ascoltato nei giorni scorsi il governatore della Lombardia Attilio Fontana e l'assessore Giulio Gallera.

Il problema è che, se si escludono ipotetiche condotte dolose (ma quale politico vorrebbe ammazzare i propri elettori?), le eventuali responsabilità degli amministratori locali e nazionali andrebbero valutate nella loro sede naturale, vale a dire le urne elettorali, di certo non dalle procure. In questo senso appare a dir poco imbarazzante la soddisfazione espressa da Matteo Salvini alla notizia dell'iniziativa della procura di Bergamo: "Dopo tante menzogne e attacchi vergognosi, giustizia è fatta: chi ha sbagliato deve pagare!". A parte che non si capisce quale giustizia sia stata "fatta" (se si esclude la giustizia mediatica tanto cara a Salvini), ma ciò che più sorprende è che in questo modo pure il leader della Lega finisce per attribuire ai pm il compito di sindacare le scelte della politica.

Come dimostrare, poi, a livello processuale il nesso tra le decisioni adottate dalla classe politica e i decessi per Covid-19? Insomma, nulla esclude che alla fine, una volta aperte le inchieste giudiziarie e sull'onda di pulsioni giustizialiste, a dover rispondere dei numerosi decessi causati dalla pandemia siano proprio i medici, i dirigenti delle strutture sanitarie e gli operatori del settore. È per queste ragioni che le associazioni di categoria hanno chiesto da tempo l'introduzione di uno scudo penale. "Nessuno di noi ha mai chiesto scudi giuridici per situazioni di colpa grave, e quindi di palese negligenza e incapacità. Ma qui ci siamo ritrovati in un'emergenza pandemica, con carenza di strutture, tecnologie, attrezzature e personale specialistico", dichiara al Foglio Antonino Giarratano, vicepresidente della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione, terapia intensiva (Siaarti).

"In Lombardia - aggiunge Giarratano - molti nostri colleghi non sono tornati a casa per settimane. In alcuni ospedali si sono ritrovati ad avere in terapia intensiva in una notte venticinque pazienti con dodici posti e quindi a decidere a chi dare il ventilatore migliore. In alcuni casi i chirurghi e gli infermieri di psichiatria sono stati messi a seguire i pazienti ventilati perché non c'era personale specializzato.

È chiaro quindi che in condizioni di pandemia e di emergenza non può trovare spazio il concetto di responsabilità diretta degli operatori sanitari applicato in condizioni normali. Se non ci sono mascherine, ventilatori, posti letto, infermieri e neanche linee guida, la colpa non può essere attribuita all'operatore sanitario".

Si rende quindi necessaria l'introduzione di uno scudo giuridico: "Se la colpa grave non fosse contestualizzata alle condizioni emergenziali in cui abbiamo lavorato, di fatto saremmo tutti colpevoli, e questo sarebbe improponibile. La legislazione attualmente vigente sulla colpa professionale deve quindi essere modificata affinché si tengano in considerazione le condizioni speciali che si sono verificate nel corso della pandemia", conclude Giarratano.