di Giansandro Merli, Eleonora Martini
Il Manifesto, 22 aprile 2026
Restano i provvedimenti già finiti sotto la lente del Csm. Fermo preventivo e limitazione del gratuito patrocinio potrebbero finire alla Consulta. Grazie al trucchetto di un nuovo decreto che rimedia al pasticcio della mancia agli avvocati pro-rimpatri, la legge di conversione del dl sicurezza otterrà, dopo il voto della Camera, la firma del capo dello Stato. Il quale effettua un controllo preventivo per evitare incostituzionalità palesi, ma non è l’organo deputato a verificare che le leggi ordinarie rispettino il dettato della carta fondamentale. Questo ruolo appartiene alla Consulta. E qui sono almeno due i punti del dl che potrebbero scricchiolare nel caso, non semplice né immediato, siano sollevati davanti alla Corte.
A partire dal fermo preventivo, che introduce la possibilità di portare in questura per 12 ore, prima di manifestazioni e cortei, persone ritenute “pericolose”. Il Consiglio superiore della magistratura sostiene che questa misura “si muove su un crinale costituzionalmente molto sensibile”. Potrebbe essere in contrasto con l’articolo 13 della legge fondamentale, che per privare qualcuno della libertà personale prevede una doppia riserva: di legge, ma anche di giurisdizione. Con la novità del dl l’unico magistrato coinvolto sarà un pm, con un avviso, per valutare se ricorrono le condizioni di pericolosità. Secondo il governo la previsione sarebbe legittima perché riferita a un periodo limitato e basata su una serie di “indicatori di rischio”. Il Csm, al contrario, insiste che l’assenza di un obbligo di motivazione del provvedimento è estremamente problematica. Alla sua prima applicazione, contro 91 anarchici della capitale, ha già mandato in tilt procura e questura con una serie di cortocircuiti.
L’eliminazione del regime speciale che garantiva il gratuito patrocinio agli stranieri nei ricorsi contro le espulsioni rischia invece di violare l’articolo 24 della Costituzione, che dice: “La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione”. Chiedere certificazioni sull’assenza di reddito in Italia e in patria, con il coinvolgimento dell’ambasciata e tempi lunghi, lederà inevitabilmente l’effettività di tale diritto.
Al di là delle eventuali questioni di palese incostituzionalità, un’altra norma del pacchetto sicurezza che desta comunque “profonda preoccupazione” tra avvocati penalisti e giuristi è l’introduzione nelle carceri di agenti provocatori infiltrati, che potranno fingersi detenuti o addirittura educatori, infermieri o assistenti. Una previsione che “incide in modo grave - come spiega l’associazione Antigone - sull’assetto legale e costituzionale del sistema penitenziario italiano” perché “snatura profondamente il ruolo della Polizia Penitenziaria, trasformandola da corpo orientato alla sicurezza interna e al trattamento rieducativo in un apparato opaco di intelligence”. Il fine ultimo della pena finisce così per essere cancellato, in quanto l’introduzione di 007 nei penitenziari rischia di alimentare ulteriormente diffidenza, sospetto e conflittualità mettendo a repentaglio il percorso di risocializzazione del detenuto.
D’altronde, la logica che sottende l’ennesimo provvedimento giustizialista del governo Meloni risulta evidente anche nell’eliminazione dei fatti di lieve entità per i reati collegati alle droghe, senza distinzione tra le diverse sostanze. Un’ulteriore stretta proibizionista dopo quella già imposta con il decreto Caivano attraverso il quale “il governo aveva già portato a cinque anni la pena per l’uso di cannabis rendendo ancora più affollate le nostre carceri”, come ricorda il segretario di Più Europa, Riccardo Magi. Lunedì, insieme ai Radicali italiani, ha inscenato davanti a Montecitorio una protesta a base di spinelli e cessione di piccole quantità di cannabis.
L’associazione Libera, invece, ha espresso ieri “grande sconcerto” per l’istituzione di permessi lavorativi speciali alle vittime del dovere (agenti, militari e magistrati che hanno subito infortuni durante la loro attività). “Consapevoli che tale categoria di vittime è assolutamente da tutelare, ci chiediamo però come mai una uguale previsione non è stata estesa alle vittime della criminalità organizzata e del terrorismo”, afferma Libera. Anche perché i permessi servono a partecipare a iniziative a sostegno di legalità, memoria delle vittime del dovere e “del terrorismo e criminalità organizzata”.











