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di Francesco Gironi

Gente, 14 ottobre 2022

Second Chance, realizzato dall’attrice Cristiana Capotondi e dalla regista Erika Brenna, mostra le vicende di detenuti, senzatetto e rifugiati che hanno saputo riprendere in mano le loro vite.

Ci sono storie che vanno raccontate, poiché sono la migliore dimostrazione di come i luoghi comuni sembrano esistere per il solo scopo di essere smentiti. Perché non è vero che una persona che dorme sulla panchina non può tornare a vivere in un appartamento, ad avere un lavoro. Certo, esistono casi più difficili di altri: per esempio, riuscire a eliminare ogni pregiudizio di fronte a un uomo che ha assassinato un’altra persona non è così facile.

Eppure si può fare e le testimonianze non mancano. “Hanno tutte un minimo comun denominatore: l’importanza di trovare una persona in grado di darti una scossa”. Lo dice a Gente la regista e produttrice Erika Brenna, che insieme all’attrice Cristiana Capotondi ha firmato il documentario Second Chance (seconda possibilità), disponibile sulla piattaforma Discovery+ dal 19 ottobre. Gente lo ha visto in anteprima, scoprendo le storie di alcuni che quelle seconde possibilità le hanno avute e, soprattutto, le hanno sapute sfruttare al meglio.

Iniziamo da Luca Cerubini, 47 anni. “Sono un detenuto. Sto scontando la pena all’ergastolo. Reato, omicidio. Fine pena: mai”. Ma non è di quanto accaduto il 23 giugno 2011 che parliamo con lui, ma di quanto avviene da un anno a questa parte, da quando cioè ogni mattina lascia il carcere di Bollate per raggiungere una parrocchia dall’altra parte di Milano. “È il mio ufficio”, dice. Qui, infatti, lavora all’assistenza e alla manutenzione di reti informatiche. Non era il suo mestiere: prima faceva il carabiniere.

Luca fa parte dei 1.500 detenuti che negli ultimi vent’anni hanno frequentato una delle Cisco Networking Academy, aperte in sette carceri italiane: corsi di specializzazione in tecnologie digitali che la multinazionale statunitense delle infrastrutture e dei servizi di reti informatiche tiene in tutto il mondo (350 solo in Italia, secondo Paese per numero di corsi dopo gli Usa).

“Da molti anni ci impegniamo per una crescita economico-sociale più sostenibile e più inclusiva”, spiega a Gente Gianmatteo Manghi, amministratore delegato di Cisco Italia. “Aprire queste scuole anche nelle carceri ci sembrava la cosa giusta da fare pensando a una giustizia recuperativa”. E i numeri danno ragione a questa scelta: non solo, una volta scontata la pena, chi ottiene la certificazione trova un ottimo lavoro, ma la recidiva, la reiterazione del reato, è pari a zero.

Lo studio di una nuova professione diventa quindi una seconda possibilità. Perché il riscatto è possibile. “È la cosa che mi ha colpito di più: vedere questi detenuti rianimarsi nel momento in cui sanno che devono recarsi a lezione”, conferma Brenna. Serve volontà e anche coscienza di quanto sta accadendo. Luca sa cosa ha fatto (“Sono detenuto per giusta causa”, precisa), ma dice di avere “il desiderio di dimostrare che, dopo l’errore gravissimo commesso, ho ancora qualcosa da dare, per la mia dignità”.

C’è poi l’incontro. Quello di Luca è con Lorenzo Lento, 63 anni, che dice: “Mi occupo di formazione da sempre”. È lui che gestisce il progetto Cisco Networking Academy nel carcere di Bollate e nel resto d’Italia. A Gente racconta dei suoi ex allievi: chi impegnato in una grande multinazionale all’estero, chi in un policlinico, chi in una società di intermediazione finanziaria... “Uno di loro aveva la terza media e mi diceva che i computer non sapeva neppure accenderli, li aveva sempre solo rubati”. Lento è convinto che “il 99 per cento di chi è in carcere possa essere rieducato e la prova è nel fatto che non è mai difficile reclutare nuovi allievi”.

La rieducazione passa attraverso l’impegno a imparare una nuova professione e il rispetto delle regole “perché ciascuno di loro deve sempre essere disponibile ad aiutare un altro, vincendo anche quelle che sono le regole non scritte di un carcere, dove pure i delitti hanno una loro gerarchia”. E Lento come ha vinto i pregiudizi, avendo di fronte anche il colpevole del più efferato delitto? “Mi sono imposto di non andare a controllare quale sia la sua colpa”.

Ma le seconde possibilità sono anche quelle di chi improvvisamente si trova “per terra”, come racconta Renato, che con il lockdown a causa della pandemia si è trovato senza mezzi di sostentamento. Viveva con la madre, “poi un giorno ho preso qualche vestito e me ne sono andato, la mia casa è diventata una panchina”, racconta a Capotondi. “Non avevo più la forza di reagire, ero disperato e non è una parola, ma uno stato d’animo”. Renato ha incontrato la Comunità di Sant’Egidio e il progetto Housing First, la casa prima. “Un giorno ricevetti una chiamata dalla Comunità: “Vuoi passare la tua vita su una panchina o vorresti una casa e un lavoro?”“.

Si è cominciato con una casa “poi i nostri corsi danno la possibilità di trovare un lavoro stabile, riprendere una vita normale e lasciare il posto a un’altra persona”, dice ancora Manghi. Che ricorda sempre la frase di Victor Hugo citata proprio da un detenuto di Bollate: “Chi apre le porte di una scuola, chiude quelle di una prigione”.