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di Barbara Stefanelli

Corriere della Sera, 13 dicembre 2024

Dopo la condanna dell’assassino della figlia il padre-orfano non ha manifestato né rabbia né sollievo. È un cittadino coraggioso, che si distingue per un altro genere di forza: per la caparbietà e la calma con le quali persegue “il bene comune”. Gino Cecchettin è un eroe moderno. Non un semidio, secondo mitologia classica, facile da rimuovere perché ormai non ci chiama né ispira. Bensì un cittadino mite e coraggioso, un uomo che si distingue per un altro genere di forza: per la caparbietà e la calma con le quali persegue “il bene comune”. Un padre che deve seppellire il corpo di una figlia ammazzata a coltellate (75 coltellate) e che sceglie di impugnare la speranza come una spada. Lo fa per lei, la sua secondogenita perduta, e per tutte le ragazze come lei, che possono ancora salvarsi. Perché - lo scrive nel libro Cara Giulia - “Tu avresti voluto una società fatta di persone che non si lasciano mai sopraffare dalla violenza e dalla negatività”. E lui questo fa, dimostrando quanta distanza c’è tra essere ottimisti, che nella vita è un privilegio, e non smettere di sperare, che è invece un esercizio possibile. Per tutti, tutte. Per chi crede in una giustizia superiore affidata a Dio, capace di offrire una direzione alla sofferenza, e per persone come Gino Cecchettin, un signore, laico, combattente. È come se avesse fatto suo, trattenendolo in positivo, il paradosso “non posso continuare, continuerò” che Samuel Beckett deposita davanti all’assurdità della vita e alla disperazione.

Quando - nell’aula del tribunale di Venezia dove attendeva in piedi, dritto, alle spalle dell’assassino a testa china - è stata emessa la condanna all’ergastolo, il padre-orfano non ha manifestato né rabbia né sollievo. È uscito e ha risposto al fronte ondeggiante dei giornalisti. Offrendo, le mani raccolte, tutte le cose che ha imparato dalla notte senza fine dell’11 novembre 2023: che si deve provare ad andare “avanti”, che si può tentare “insieme” di risparmiare a un altro padre e a un’altra Giulia quanto è accaduto a loro, i Cecchettin. “Oggi qui nessuno ha vinto, abbiamo perso tutti, come società”. E ancora: non sarà “una pena” a sciogliere la catena dei femminicidi, ma “la prevenzione”.

Una famiglia unita - come tante, senza eguali - che sta ancora, e per sempre, affrontando la tempesta più nera. L’impegno per l’educazione affettiva di generazioni nuove, obiettivo della Fondazione nata in nome di Giulia, è un balsamo leggero, non sarà mai un anestetico. Il dolore non passa, come non passa l’amore. Non è difficile, dietro la generosità asciutta di Gino Cecchettin, immaginare le lacrime private, lo smarrimento la sera, l’ascolto e riascolto e ancora dell’ultimo vocale ricevuto, lo struggimento davanti alla lista scritta da Giulia - 15 buone ragioni per allontanarsi da Turetta e dalla sua brama. Tutto questo esiste senza venir sbandierato perché, se così accadesse, provocherebbe emozioni infiammate e intermittenti, inutili a quelle mutazioni culturali profonde che ci spingeranno a costruire un altro domani.

Onoriamo la memoria di una 22enne che “sapeva” ma non è bastato - che infatti, lucidamente, scriveva: “Pippo, sei ossessionato! Che devo fare? Lasciarti dirmi cosa devo fare e controllarmi? Se tu ti comporti di merda, come uno psicopatico, io mi comporto di conseguenza allontanandomi, allontanandoti” - e prendiamoci un impegno nelle nostre case, strade, uffici: non cedere all’inerzia quando vorremmo commiserare per dimenticare. Scrive Cecchettin in Cara Giulia. “Mi sono chiesto come mai sia più rassicurante l’immagine dell’uomo devastato che si piange addosso senza fare nulla (…). Perché questi comportamenti passivi sarebbero più tollerabili?”. Perché vogliamo vedere le vittime piegarsi, isolarsi, ammutolire? Perché “gli sconfitti” devono essere innocui per risultare distrattamente amabili: non dovrebbero mettersi lì a lacerare le maglie quando la rete si richiude, a elastico, fino alla prossima volta.

Perché vorremmo considerarci “fortunati”, e basta, non vediamo l’ora di mimetizzarci nella falsa coscienza. Quella secondo cui le storie di violenza non ci riguardano, non personalmente, no. “Turetta è un mostro”, si sente dire e ridire, un ragazzo per male e non per bene come i nostri. Sì, capita una volta ogni tre giorni, ovunque in Italia, ma noi, stolidi, ci ripetiamo che non sta succedendo a noi.