di Francesca D’Angelo
La Stampa, 31 maggio 2026
Ecco le sfide del giornalismo in un’era di crisi internazionali, fake news e Ai, “Facciamo solo il nostro mestiere: le inchieste, come la libertà di informazione, dovrebbero essere la normalità, non un atto di coraggio”. Eppure a quel condizionale, che trasforma la routine giornalistica in eccezionalità, non ci si può sottrarre: non oggi, non con la guerra alle porte, l’intelligenza artificiale che invade cellulari e pc, e le tante pressioni politiche. Ieri al Festival della Tv di Dogliani sono saliti sul palco quattro “capitani coraggiosi” della carta stampata: i direttori Andrea Malaguti (La Stampa), Luciano Fontana (Il Corriere della Sera), Michele Brambilla (Il Secolo XIX) e Emiliano Fittipaldi (Domani). Insieme alla moderatrice Annalisa Bruchi hanno analizzato le nuove sfide che i quotidiani devono affrontare per offrire notizie verificate e attendibili.
Lo scenario che ne è emerso dipinge giornate frenetiche, costellate da continui cambi di programma (per via del fuso orario, le notizie dall’America arrivano dopo le 23, spesso smentendo quelle precedenti) e una risonanza che conferma il peso, in primis politico, della carta stampata. I giornali riescono ancora a spostare gli equilibri e arrivano anche sui tavoli dei potenti che regnano dall’altra parte del globo, come dimostra l’aneddoto raccontato dal direttore Malaguti: “Su La Stampa avevamo ripreso la dichiarazione di Peter Thiel quando, ospite a Roma, aveva definito Xi Jinping l’Anti Cristo. L’ambasciata cinese ci ha inviato una lettera ufficiale, invitandoci a smettere di riferire notizie che facevano infuriare il presidente cinese. Il giorno dopo abbiamo scritto la stessa cosa”.
Gli fa eco il direttore Fontana, quando spiega di aver rinunciato a un’intervista a Sergej Lavrov: il ministro degli Esteri russo aveva inviato al Corriere un lungo testo, dove negava le vittime ucraine e sosteneva che l’Italia avesse siglato un patto per la rinascita del nazismo in Europa, senza ammettere domande aggiuntive. “Non lo abbiamo pubblicato”, spiega rivendicando l’importanza di avere la schiena dritta. “Viviamo in un contesto mondiale dove le reazioni smodate dei potenti fanno apparire certe scelte come coraggiose: c’è un livello di autocensura gigantesco”, rincara Fittipaldi, che considera gli inviati di guerra i veri eroi. “Non so se avrei il coraggio di andare lì: rischi la vita, sei nel nulla, spesso non ci sono più nemmeno le strade. Però senza di loro non sapremmo mai cosa sta succedendo”.
L’informazione è diventata cruciale anche per interpretare l’ingarbugliato scenario mondiale: non basta più conoscere le singole dichiarazioni dei potenti - spesso contraddittorie -, servono analisi ad ampio spettro. “È molto complesso, soprattutto se pensiamo al Medio Oriente dove ci sono almeno tre piani di lettura - sottolinea Malaguti -. Da un lato c’è la supposta strategia di Trump, per cui il presidente avrebbe invaso Venezuela e Iran per isolare i cinesi togliendo loro le principali risorse; c’è poi chi sostiene che in realtà faccia la guerra per conto di Netanyahu, sia per il legame storico tra Israele - Usa sia perché i servizi israeliani controllano gli Epstein Files; infine c’è la totale inattendibilità di Trump che fa dichiarazioni contraddittorie”.
A sua volta Fontana rimanda al mittente le accuse, avanzate dai leoni di tastiera, di essere una cassa di risonanza di Trump, per via delle ultime interviste rilasciate alla corrispondente Viviana Mazza. “È una delle poche giornaliste che ha accesso al cellulare di Trump e questa è un’occasione per capire meglio cosa pensa il presidente - spiega - ma sono più le volte che non risponde, o attacca il telefono o parla d’altro. Per esempio la famosa intervista su Meloni sarebbe dovuta vertere sul Papa: Trump ha cambiato argomento di sua iniziativa”.
Quel che è certo è che i rapporti umani, le relazioni sul campo e la verifica delle fonti restano dei valori fondanti del giornalismo, che nessuna IA può sostituire. “Non ho paura della tecnologia ma dei fanatici che ritengono sia bello un mondo dove l’uomo scompare e fa fare tutto alla macchina”, commenta Brambilla del Secolo XIX, sottolineando il rischio di una mancata evoluzione: “L’AI è il vecchio perché elabora quello che gli uomini già hanno scoperto e già conoscono. Non possono produrre alcun scatto in avanti”. Il quotidiano Domani si è dotato di una disciplina in materia, per cui non si possono scrivere gli articoli con ChatGpt o Claude, ma si possono utilizzare come strumenti per le inchieste.
Tuttavia le redazioni svuotate sembrano uno scenario che non si può escludere. “Stiamo combattendo una battaglia che abbiamo già perso, e anche male. Gli sconfitti non siamo solo noi giornalisti ma tutti quelli che credono nella democrazia perché stiamo consegnando l’informazione all’indistinto, alimentando un capitalismo della sorveglianza”, è l’amara considerazione di Malaguti










