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di Ilaria Bernardini

La Stampa, 28 febbraio 2024

Da Yulia Navalnaya a Elena Cecchettin c’è chi ha preso la parola per altri che non erano più in grado di farlo. Così il silenzio è tornato dialogo e vita. Cosa accade quando la persona che ami, o una delle persone che ami tra quelle che ami, muore, e tutto, delle parole che stava dicendo, di quelle che avrebbe detto e voluto dire, sparisce? Cosa accade se la persona che ami, che stava parlando, che voleva assolutamente parlare - e che doveva assolutamente parlare - è stata uccisa e silenziata per sempre? Cosa accade se il silenzio che rimane, che risuona, dopo che il dialogo è stato mozzato e impedito, è intollerabile non solo per te, ma per tutti?

Se interrompe e devasta non solo la tua vita, ma il senso di cosa sia una vita. Se quella morte, così tua, così intima, non parla solo al tuo cuore ma parla di che cosa voglia dire avere un cuore. E non riguarda solo (solo?) l’essere umano che era il tuo essere umano, che avevi scelto, che ti aveva scelta, ma parla dell’essere umani? Cosa accade se la morte della persona che era la tua persona - il tuo amore, tuo marito, tua figlia, tuo fratello, tua sorella - c’entra con la trasformazione, definitiva, del concetto stesso di umanità inteso come insieme dei caratteri essenziali e distintivi della specie umana? Cosa accade nel silenzio assoluto che segue, nella assenza assoluta di senso che quella morte scatena?

“Non dovrei essere qui”, ha detto nel suo video al mondo Yulia, la moglie di Alexei Navalny. Ed è proprio così. Non deve essere lì, Yulia, non dovrebbe, perché di fatto lei si è (solo?) innamorata di un uomo, l’ha sposato, hanno avuto dei bambini ed è quell’uomo che vorrebbe e dovrebbe essere lì, davanti alle telecamere. Era lui che stava parlando a tutti, era lui che voleva parlare a tutti. “Non ho sposato un promettente giovane avvocato o un leader dell’opposizione - ha sempre detto - ho sposato un giovane uomo di nome Alexei”. Sarebbe la sua voce, la voce di quel giovane uomo chiamato Alexei, che era una voce che doveva e voleva stare nel mondo, nel mondo di Yulia e nel nostro, che dovrebbe risuonare oggi. È lui che dovrebbe vedersi sui palchi oggi, nei video oggi. Ma il marito di Yulia, Alexei, è appunto stato ucciso, e quindi eccola, Yulia.

Eccola anche se dice non ho più mezzo cuore, non ho più mezzo corpo. Eccomi, dice. A occupare, con questo mezzo corpo, il vuoto e a non renderlo un vuoto, a impedire il silenzio e a renderlo di nuovo parola, dialogo, vita, a farsi, in questa nuova costellazione familiare, anche lei, subito, neanche il tempo di respirare, Alexei. E anzi, in questo spazio liminale, nel portale che si è creato con la morte di Alexei, diventare una Yulia che ha dentro anche Alexei e questa nuova persona, con mezzo corpo ma che contiene due vite, oltre tutte le vite di chi Alexei portava già nella sua voce, che contiene cioè la democrazia, la collettività - “Se mi uccidono non vi è permesso arrendervi” - ora deve parlare per entrambi e per tutti quelli che stavano nella voce e nelle parole di Alexei.

Deve parlare, Yulia, per entrambi a casa loro (ai figli, ai loro amori, ai loro affetti) ma anche a tutti. Al mondo. A noi. Ora sono la sua voce, ora devo esserlo e devo prendere il suo testimone, ha spiegato Yulia, che non avrebbe voluto parlare sui palchi o comparire nella scena politica e pubblica. Era anche sua la battaglia di Alexei, ma lo era dietro le quinte e lo era per voce e per corpo di Alexei.

Avrebbe volentieri abitato il silenzio - non quello della morte, certo, quello magari della pace, e coi confini che aveva stabilito per la sua vita - ma a lei, come ad altri familiari vittime di assassini, non è stato concesso abitare quel silenzio. Non è concesso far sì che parli chi voleva parlare, chi sul palco voleva esserci o anche solo (solo?) chi voleva vivere e non ha potuto continuare a vivere. Non è nemmeno concesso, giusto, possibile per chi resta, vivere la vita che resta senza mettere in conto che la morte (la morte per omicidio) cambi anche il loro ruolo. Il delitto non è solo di una mano, di un uomo, ma è di un contesto, la responsabilità di quella morte e verso quella morte, anche cosa fare di quella morte non è un tema, un problema, un dovere solo (solo?) di una famiglia ma di un contesto.

La sorella di Giulia Cecchettin, Elena, e suo padre, anche loro sono dovuti salire sul palco, hanno anche loro dovuto trovare una voce per parlare nel peggiore dei silenzi, nell’assoluta e nella peggiore assenza di senso. Hanno dovuto trovare e forse scegliere una voce che è esattamente la loro adesso, e che deve funzionare adesso, ma che non è esattamente la loro voce di prima. Per ristabilire il giusto, per riportare in scena il bene, l’amore addirittura. “Non dovremmo essere qui”, è il suono esatto anche di quel gesto, del salire e occupare un palco mai chiesto, mai voluto, il peggiore dei palchi e il più importante dei palchi, dove prendere per forza un testimone: davanti all’ingiustizia non esiste la neutralità, bisogna per forza parlare, per forza scegliere tra l’odio e l’amore e dirlo, e con il proprio corpo e la propria voce far sì che la voce e il corpo di Giulia esistano, e possano ancora e per sempre esistere.

Il senso di tutto deve essere ristabilito, il senso del bene deve essere ristabilito, non c’è scelta. Bisogna parlare e bisogna dire “Insegniamo ai nostri figli ad accettare anche le sconfitte, facciamo in modo che tutti rispettino la sacralità dell’altro”, come ha detto Gino, il padre di Giulia. Bisogna parlare e parlare per tutti noi e a tutti noi, impedire che il silenzio si prenda tutto, oltre i nostri figli uccisi, i nostri mariti uccisi, i nostri fratelli uccisi. Bisogna chiedere, spiegare, dire, ricordare, che se domani non torneranno, i nostri amori, dobbiamo tornare noi, arrivare noi, bruciare tutto noi, come ha detto la sorella di Giulia, Elena.

Nemmeno Ilaria Cucchi “sarebbe dovuta essere lì”, neanche a lei a dire l’indicibile, e invece ci è dovuta essere, a mostrare il corpo e la voce di suo fratello Stefano, un corpo soffocato, torturato e ucciso, come voce di entrambi e poi di tutti. Di tutti i corpi vivi che parlano di tutti i corpi soffocati, torturati, uccisi. Era, è, Ilaria, l’unico corpo disponibile, l’unica voce disponibile e connessa a quello specifico silenzio devastante, al generale silenzio devastante - chiarissima subito, chiarissima ora - che poteva parlare e non poteva fare altro che parlare. Era ed è suo fratello, era ed è sua sorella e le due cose insieme. Perché in quel portale, in quello spazio liminale così vicino al senso di ogni cosa, è probabilmente molto chiaro anche che cosa devi fare del silenzio in cui resti, dell’urlo con cui resti, del male che resta. Cosa farai dell’odio. Cosa della morte renderai vita, cosa farai della tua vita, della vita. Non dovresti essere qui, non puoi essere altro che qui.