di Giorgio Coden*
Il Dubbio, 30 agosto 2024
Se si vuol convincere l’opinione pubblica dell’urgenza di migliorare il sistema penitenziario, forse va chiarito che nessuno vuole abolirlo. Da oltre dieci anni si dibatte il problema carceri, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per dire, undici anni fa interveniva per sollecitare il Parlamento ad adottare provvedimenti urgenti contro la piaga del sovraffollamento. Nel corso dei lustri successivi, alla sbarra dei denuncianti si sono alternati, senza soluzione di continuità, giornali, addetti ai lavori, associazioni civiche e, secondo convenienza, anche personaggi della politica. Oggetto delle denunce, l’intero impianto dell’istituzione carceraria: incapienza delle strutture, celle ristrette, igiene tanto al chilo, lavoro per pochi, ozio per tanti, sesso nisba, cultura una chimera. E poi i suicidi, tanti, ma tanti e in aumento.
Insomma, un inferno senza libertà e dignità, luogo di umiliazione e tortura, con un presente invivibile e un futuro irreversibile. Da qui le ricette, diverse ma convergenti: più permessi, più liberazioni anticipate, più semilibertà, più sconti di pena, più misure alternative, meno carcerazioni preventive, depenalizzare, amnistiare, condonare; in sintesi: carcere extrema, ma proprio extrema, ratio. Ultimamente, l’Unione delle Camere penali italiane ha indetto una manifestazione nazionale sul tema, una sorta di maratona oratoria nelle piazze d’Italia per sensibilizzare la cittadinanza sul dramma carceri. Non so come siano andate le cose altrove, ma immagino come qui a Pordenone. Pur organizzata in coincidenza con il mercato settimanale, ha visto presenziare sì e no una decina di persone, di cui nove avvocati.
Mettiamo, per amor di categoria, che in qualche altra piazza i cittadini siano accorsi a frotte. Cos’ha sentito la gente dalla bocca dei colleghi che si sono avvicendati ai microfoni? Ovviamente e dappertutto, il rosario di lamentele che va dalle condizioni inumane del carcere alle sue carenze igienico- sanitarie, dalla mancanza di percorsi rieducativi alla negazione di spazi e tempi per l’affettività e via dicendo, in perfetta sintonia con l’ossatura della protesta consolidatasi nel corso del tempo e con le istruzioni divulgate dalla Ucpi. Tutte cose sacrosante, per carità, ma come pensate abbia reagito la gente in ascolto? Credete si sia impietosita per la ristrettezza delle celle? Che si sia preoccupata del fatto che ai carcerati manca la possibilità di appartarsi con moglie o fidanzata? Che abbia provato una stretta al cuore per i tanti che si sono appesi con la cinghia?
Da tempo ho un rovello: è possibile che nessuno di quanti si stanno nobilmente sbattendo per sollecitare un miglioramento della vita penitenziaria, si sia domandato seriamente come mai, nonostante la grancassa mediatica, all’opinione pubblica non interessa granché di quello che succede dentro le mura delle prigioni?
Eppure è essenziale saperlo, perché solo l’opinione pubblica è in grado di smuovere la classe politica dalla sua inerzia continuata ed aggravata. La mia idea è che si tratti di un difetto di comunicazione, involontario ben s’intende, ma capitale: se si vuol coinvolgere la gente nella battaglia per migliorare la vita in carcere, è prioritario, in ogni circostanza in cui si affronta il tema, in piazza, in sala, sulla stampa, in televisione, che i propugnatori del cambiamento dicano e ridicano e ribadiscano che il carcere c’è, che esiste, che nessuno vuole abolirlo, che continuerà imperterrito a fare il suo mestiere di alloggio per delinquenti.
Senza questa enunciazione di principio e in principio, la gente non è disponibile all’ulteriore ascolto né si mobiliterà per appoggiare riforme, anzi, rinculerà su posizioni reazionarie, percependo i lai di contestazione come un tiro al bersaglio al sistema penitenziario. Detto con uno slogan, la propensione sarà: non meno carcere ma più carceri. Occorre chiudere questo buco nero nella comunicazione sul tema, altrimenti continuerà a ingoiare e neutralizzare tutta l’energia della protesta. Sicché, noi addetti ai lavori continueremo a dircela e farcela tra di noi per altri dieci anni e la politica, beh, … starà ancora a guardare.
*Avvocato











