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di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi

La Repubblica, 31 marzo 2024

Il nuovo libro di Daria Bignardi. In “Ogni prigione è un’isola” l’inutilità della repressione che diventa segregazione. Nel 2016 su un settimanale giapponese viene pubblicato il manga Beastars: un mondo popolato da animali civilizzati, che sembrano convivere in pace nonostante una marcata distanza fra carnivori ed erbivori. Ai primi è vietato il consumo di carne animale ma ai secondi questo non basta per sentirsi al sicuro. Il protagonista è un lupo, Legoshi, che cerca di combattere il suo istinto da carnivoro. Nel manga ci sono due elementi che meritano attenzione e che, si vedrà, intrecciano sorprendentemente l’ultimo libro di Daria Bignardi, “Ogni prigione è un’isola” (Mondadori, 2024).

Il primo è l’inutilità e, poi, la crudeltà della repressione che diventa segregazione: nel manga il mercato nero delle carni era il luogo in cui carnivori eccellenti nella società, poveri mendicanti e lavoratori sfruttati, si ritrovavano per dar vita ai loro istinti, manifestando tutto il dolore che erano costretti a nascondere. Il secondo è l’illusione, affascinante e insidiosa, di un mondo diviso in modo geometricamente perfetto tra buoni e cattivi. Nel volume di Bignardi questi due elementi, l’inutilità della repressione che diventa segregazione e l’illusione del bene che si contrappone al male, dialogano tra loro in modo stimolante, spaziando tra esperienza personale e vissuto collettivo.

Il libro, frutto di anni di volontariato dentro le carceri italiane, soprattutto al San Vittore di Milano, è una matassa di storie, dove perfino la più piccola esistenza (come quella dei tiri dell’isola di Linosa) offre una chiave per comprendere la realtà in cui ci si trova a vivere. Così come gli insetti finiscono per diventare presenze amiche nel silenzio di una cella, così i tiri obbligano i visitatori di Linosa a convivere con il loro strusciare beffardo. Nelle isole di Bignardi c’è la potenza della natura che si impone al passaggio dell’uomo, ma c’è anche l’esatto contrario: muri costruiti su terre incontaminate per costringere soggiornanti di ieri e detenuti di oggi a intuire l’orizzonte senza poterlo scorgere, chiusi a chiave dentro le loro celle umide.

Il dolore confinato su un’isola ha due possibilità: può cedere il passo all’oblio o può essere intercettato per tempo. Se si leggono le statistiche sul mondo carcerario (61 morti da inizio anno, di cui 25 o 26 suicidi) si intuisce quale delle due ipotesi abbia la meglio. Eppure, alla domanda del Dottor C. su cosa rappresenta il carcere per lei, Bignardi risponde: “Non è che le prigioni mi piacciano, al contrario. Ma dentro c’è l’essenza della vita: l’amore, il dolore, l’amicizia, la malattia, la povertà, l’ingiustizia...”.

Bignardi scriverà di aver corretto l’ordine delle parole, anticipando l’amore al dolore, quasi a doversi controllare di fronte a chi gli chiede conto di tanta partecipazione. La piena sincerità, del resto, sembra essere un tratto distintivo di queste pagine così belle, dove ci si interroga su quella ossessione adolescenziale verso il Conte di Montecristo o verso Scotty, il condannato a morte statunitense a cui scrive lunghe lettere. L’autrice, oggi, chiarisce “non provo più nessuna fascinazione per le galere”.

E viene da crederle, soprattutto se il carcere lo si è visitato almeno una volta nella vita. La fascinazione è comprensibile, ma resiste appena il tempo di una serie tv. Poi, quando si supera il gabbiotto degli assistenti, si forniscono le generalità e si lascia il cellulare, la seduzione di ciò che risulta oscuro viene fagocitata dall’angoscia per chi è ristretto in luoghi tanto violenti. Dalla brutalità del sistema carcerario non si può prescindere, pena il rischio di accettare come fatale un meccanismo punitivo che riproduce all’infinito mortificazione e morte. Ma finché ci sarà, finché il carcere continuerà a insistere sulle nostre isole e sui nostri continenti, allora è bene che si apra una breccia nella nebbia anonima nella quale è immerso e si faccia racconto, poesia e perché no, romanzo. Come quello, appunto, di Bignardi.

Le storie che vi si trovano aggiungono tasselli alla storia collettiva di un’Italia che spesso ha raccontato in modo approssimativo le sue diverse stagioni. Si pensi alla infelicissima definizione di anni di piombo per un decennio, peraltro, assai ricco di vitalità, creatività e di importantissime riforme. Ma dai racconti su chi partecipò alla “lotta armata”, Bignardi passa a una riflessione su coloro che affollano le galere di oggi: tossicodipendenti, migranti e poveri cristi di ogni età. Loro sono gli abitanti di queste isole di sbarre, le vittime degli abusi che, a esempio durante la pandemia, hanno trovato la morte lì dove doveva esserci tutela e assistenza.

Nel contempo Bignardi non può fare a meno di riconoscere il non inferno (Italo Calvino) del carcere e giustamente gli dedica spazio. Alle vicende di ex detenuti, si alternano i racconti sui laboratori nell’istituto di Bollate, sulle celle aperte, sulle possibilità ritrovate dentro una sezione di San Vittore chiamata Nave, nata più di vent’anni fa, dall’idea della psicologa Graziella Bertelli e dall’ex direttore Luigi Pagano, altra voce importante di questo libro.

Il carcere è un’isola perché spesso lo si considera distante e, in un certo senso, autosufficiente. Ma per quanto si tenti di spingerlo sempre più lontano, esso, se non altro sotto il profilo geografico e morfologico, appartiene come ogni isola a un continente. Forse per questo, Legoshi, il lupo di quel manga giapponese, a un certo punto della storia capisce che non può essere il confine a determinare la pace su quella terra: prima ancora di essere carnivori o erbivori, dirà ai compagni, siamo esseri viventi. E da quel reciproco riconoscimento qualcosa di nuovo, forse, potrà finalmente nascere.