di Enrico Franco
Corriere del Trentino, 4 luglio 2019
"Mettiamolo in galera e lasciamolo marcire", "In manette e buttiamo via la chiave": frasi simili si rincorrono sempre più spesso non solo nei tweet degli haters, ma anche nelle dichiarazioni dei molti politici privi di scrupoli preoccupati solo di incrementare il proprio consenso.
Il fenomeno si ripete in maniera scontata, ma non per questo meno agghiacciante, quando le vittime sono italiane e i presunti responsabili sono stranieri; il silenzio, invece, copre fatti altrettanto orribili se i protagonisti sono tutti immigrati o, ancor più, se il colpevole è "uno dei nostri" e a rimetterci "è uno di loro".
Sgombriamo però il campo da ogni analisi sul razzismo e sulla paura del diverso: concentriamoci piuttosto sul giustizialismo da Far West che porta a dileggiare chi richiama i principi elementari del diritto, bollato come "garantista da salotto" o come "intellettuale radical chic" quando va bene, se non marchiato tout court come "complice".
Il caso della ragazzina di Bolzano che ha denunciato un falso stupro in pieno giorno sui prati del Talvera, puntando il dito contro due immaginari giovani di colore, non aggiunge e non toglie alcunché a quanto da tempo è noto alle statistiche.
La violenza contro le donne è in triste aumento e gli autori sono in stragrande maggioranza persone di famiglia o comunque conosciute. Ciò non esclude, ovviamente, che tra le migliaia di persone accolte nel nostro Paese alcune si siano macchiate di brutali aggressioni. Le false denunce sono rarissime e ci sono sempre state: ricordo un caso, una quarantina di anni fa, di un noto pilota trentino imprigionato per aver molestato una adolescente, quindi processato dopo che i giornali avevano ampiamente raccontato il fatto e pubblicato la sua foto; alla prima udienza fu scagionato poiché la ragazzina, messa sotto pressione, aveva confessato di essersi inventata tutto quando il padre l'aveva rimproverata per essere tornata a casa tardi (i lividi sulle braccia, elemento forte dell'accusa, erano stati provocati proprio dal papà).
Il primo cardine della nostra civiltà, dunque, è che tutti sono innocenti fino a prova contraria. E gli indizi non sono prove, bensì elementi che vanno valutati dagli inquirenti anziché dal popolino. La verità in genere è difficile da appurare e basta poco per essere portati fuori strada.
Un noto professionista trentino fu arrestato perché, secondo un'intercettazione, aveva detto di essere riuscito "a prendere" un documento proibito, poi ascoltando meglio il nastro si accertò che era solo riuscito legittimamente ad "apprendere" parte del contenuto di quel documento.
Insomma, magari la nostra Giustizia è lenta e lascia troppo spazio agli azzeccagarbugli, talvolta le sentenze o le pene sono ampiamente criticabili, ma le scorciatoie e i linciaggi non sono una soluzione. Meglio affidarsi ai magistrati.
Il secondo pilastro della democrazia è che la responsabilità è sempre personale. Se un italiano è mafioso, non tutti gli italiani lo sono; ugualmente, se uno straniero ruba, non tutti gli stranieri sono ladri. Quando ignoriamo i fondamenti della democrazia (e della nostra Costituzione) mettiamo sempre a rischio la nostra libertà. Perché - insegna la storia - le sacre regole all'inizio vengono sempre trascurate nei confronti delle minoranze, di chi è in qualche modo sospetto o di chi è accusato di un crimine particolarmente odioso. Una volta che la breccia è aperta, tuttavia, le garanzie prima o poi saltano anche quando dovrebbero difendere noi stessi.










