di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 3 giugno 2019
Questo assillante ridurre il fascismo a patologia psicologica, a malattia caratteriale, a degenerazione antropologica (e altro) fa perdere la nozione di ciò che il fascismo è stato e che potrebbe anche tornare a essere. Sommessamente vorrei obiettare che in questo continuo parlare (e straparlare) di un fantasmatico ritorno del fascismo, quello che si banalizza è proprio la sostanza storico-politica del fascismo di cui si teme, ossessivamente, il riaffacciarsi.
Questo assillante ridurre il fascismo a patologia psicologica, a malattia caratteriale, a degenerazione antropologica, a una pulsione eterna che si anniderebbe nel profondo degli individui e dei popoli per riproporsi dopo decenni se non dopo secoli dalla sua presenza che un tempo si sarebbe detto "storicamente determinata", questa caricaturizzazione dei connotati del fascismo, fantasticato e temuto come tratto stilistico deteriore se non addirittura come peccato estetico che urta le nostre buone maniere, tutto questo fa perdere la nozione di ciò che il fascismo è stato e che potrebbe anche tornare a essere.
È del resto troppo facile questa psicologizzazione del fascismo (la "personalità autoritaria" suggerita maldestramente dalla Scuola di Francoforte) perché non richiede verifiche fattuali, e può restare pura magniloquenza indignata.
Bisognerebbe invece, per stabilire comparazioni convincenti, attenersi ad alcuni tratti fondamentali e ineliminabili del fascismo storico: la fine della libertà d'espressione; la soppressione di partiti e sindacati liberi; il bavaglio totale e sistematico alla stampa; l'aggressione squadristica, fino all'assassinio in taluni casi, come pratica abituale e violenta di intimidazione terroristica su avversari e dissidenti; la formazione di una milizia armata di partito; il falò di giornali e sedi politiche indipendenti; la cancellazione di ogni parvenza di libere elezioni; l'irreggimentazione paramilitare delle masse; la fine della libertà d'insegnamento con il giuramento coatto degli insegnanti e così via, fino alla formazione di una stabile dittatura.
Solo la presenza se non di tutte, almeno della maggior parte, di queste connotazioni dittatoriali potrebbe motivare un paragone fondato. Ciò che divide la democrazia dal fascismo (e da altri regimi autoritari di segno contrario, detto en passant) è per fortuna una linea di demarcazione che non può essere offuscata dai vapori di una classificazione esclusivamente psico-politica. Attività certamente appagante per chi se ne fa interprete sul piano emotivo, ma destinata a restare infruttuosa sul piano politico.









