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di Liana Milella

La Repubblica, 12 agosto 2023

La sfida ai magistrati con la riforma costituzionale su cui fallì Berlusconi. Il decreto sulle intercettazioni varato per ottenere consensi. Il bello, sulla giustizia, deve ancora arrivare. E ha già un nome, la separazione delle carriere. Una slavina che sta per precipitare sulla magistratura. Con un appuntamento già fissato, il 6 settembre nella commissione Affari costituzionali della Camera, dove la maggioranza è pronta a sferrare l’attacco più duro. Una modifica costituzionale paventata da anni, tentata da Berlusconi che ha fallito, promessa adesso come ultimo step delle sue riforme dal Guardasigilli Carlo Nordio. Riforma strategica perché “allarga” la maggioranza ad Azione e Italia viva, uniti o separati che siano, ma decisi a dare al ministro della Giustizia il pieno appoggio a qualsiasi riforma, a patto che faccia innanzitutto questa. Tant’è che un pasdaran della separazione tra giudici e pm come Enrico Costa di Azione twitta l’appuntamento di settembre annunciandolo già come una resa dei conti.

Sarà proprio quell’appuntamento, e non certo le diatribe super tecniche sulle intercettazioni a mettere a dura prova la magistratura. Il problema non sarà quello di misurare il tasso di garantismo del Guardasigilli - che da ex magistrato si adegua alle necessità del day by day del suo nuovo mestiere di politico - ma verificare nei fatti quanto le toghe siano ancora in grado di fare effettivamente fronte comune contro una riforma costituzionale destinata, se davvero dovesse passare, a cambiare la loro storia.

Sarà un settembre caldo politicamente per la giustizia più di quanto non lo siano stati i mesi già trascorsi. E proprio l’operazione compiuta da Meloni sulle intercettazioni rivela un’abile regia, sicuramente dovuta al suo sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano che da palazzo Chigi, assai più di Nordio, si muove strategicamente con gli ex colleghi e lavora per dividere l’Anm dando spazio alle toghe di destra di Magistratura indipendente. Le quali, di certo non per caso, non mancano di far sentire la loro voce contraria rispetto ai colleghi di sinistra.

Una prova della regia di Mantovano la si vede nell’aver accolto la sollecitazione dei procuratori antimafia, a partire da quelli della Dna di Gianni Melillo, di chiudere, addirittura per decreto, la partita delle intercettazioni possibili per reati commessi col “metodo mafioso”. Quel decreto, che di certo contiene sbavature costituzionali e può anche scatenare guerre con gli avvocati, ha un valore politico, è l’apertura di palazzo Chigi - di Mantovano e Meloni, non di Nordio che ha “eseguito” - a una richiesta dei pm che peserà sul piatto delle future trattative, a partire da quella sull’abuso d’ufficio per giungere, alla fine, alla separazione delle carriere, passando dalle modifiche alla prescrizione. Anche questa una partita in calendario il 6 settembre. Sulla giustizia ci aspetta un autunno più caldo di questa calda estate.