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di Igiaba Scego

La Stampa, 1 settembre 2024

Richard Wright, grande autore afroamericano degli anni 40, parlando nella sua autobiografia del Sud segregazionista degli Stati Uniti dov’era cresciuto, diceva che in quel clima di ansia e paura, fatto di vendette sommarie e soprusi, il crimine commesso da un nero, diventava per la società bianca suprematista, automaticamente il crimine di tutti i neri. Si puntava quindi il dito su tutte le persone nere e tutte le persone nere diventavano portatrici di colpa per il suprematismo bianco. Suprematismo che così aveva gioco facile nel trasformare, attraverso uno sguardo coloniale e feroce, ogni nero in un corpo a cui farla pagare cara, attraverso il linciaggio. Come Richard Wright questo senso di angoscia ha dominato anche me. In un contesto diverso però: l’Italia della nostra contemporaneità. Da donna nera musulmana ad ogni crimine commesso da chi mi assomigliava un po’ per meklanina o cultura ho negli anni tremato, pianto, ho avuto molta paura. Ho avuto anche la tachicardia. L’insonnia. Il sentore di poter essere trasformata da soggetto ad oggetto. Tutto ciò mi annientava. Come Wright sentivo che mi pesava addosso come un macigno quella colpa collettiva di cui ero innocente. C’era quello sguardo su di me/noi che via via mi/ci trasformava in altro, in qualcosa di innominabile: un omicida, un terrorista, un violentatore, un selvaggio.

La colpa collettiva serviva qui come negli Stati Uniti della segregazione a farci sentire persone non grate e a rischio costante. Lo sguardo suprematista si sa è uno sguardo impositivo, il cui unico desiderio è sottomettere gli altri. Al suprematismo non interessa mai la vittima, soprattutto se donna. Anzi di solito la vittima del crimine viene messa in secondo piano, se non addirittura dimenticata e tirata fuori solo per mostrarla come un feticcio. Ma come salvarsi da questa collettivizzazione del crimine?

Ieri quando l’identità dell’assassino di Sharon Verzeni, il reo confesso Moussa Sangare, è venuto alla luce, insieme alla sua afrodiscendenza, ho cercato subito, quasi fosse un esercizio spirituale, di non rispondere alle provocazioni e allo sciacallaggio di certi parti politiche che collettivizzano il crimine per fini elettorali. E ho fatto altro invece, una preghiera per Sharon Verzeni, una donna, una sorella, il cui nome ahinoi si aggiunge alla triste lista di femminicidi nel nostro paese. Dopo questo atto di sorellanza, ma anche di consapevolezza che il patriarcato non ha colore, e che il patriarcato vuole ucciderci tutte, mi sono messa solo un attimo a guardare il can can del patriarcato politico che, senza un pensiero di dolcezza e tenerezza verso la vittima, ha solo pensato di lucrare sul suo corpo di donna per fini elettorali. Mi è venuta la nausea. Sharon Verzeni è stata uccisa dal patriarcato due volte, da chi l’ha uccisa e da chi ne ha usato le spoglie ancora calde. Era troppo! Come cambiare rotta? Allora sono tornata a Richard Wright. Alla letteratura. Se il suprematismo considera il crimine di un nero il crimine di tutti i neri, noi che combattiamo queste generalizzazioni, forse dobbiamo smettere di lasciarci provocare da queste polemiche. Che sbraitino pure.

Io da persona nera ho smesso di parlare con chi vuole solo offendere e ferire. Non vale la pena entrare dentro queste polemiche cheap. Serve invece cambiare agenda. Lo stesso caso di cronaca ci ha fatto vedere quanto la società italiana è complessa e stratificata. Senza la testimonianza di due ragazzi italo-marocchini patiti di kickboxing, che hanno incrociato Sangare e lo hanno trovato alterato, l’assassino non sarebbe mai stato preso. Chi siamo quindi? L’omicida o i testimoni? I due ragazzi di fatto rompono la narrazione di chi voleva etichettare tutto come delitto delle seconde generazioni, solo per negare il diritto sacrosanto dei figli di migranti ad avere una cittadinanza italiana. La narrazione razzista di alcuni gruppi politici stride totalmente davanti a questa complessità del reale.

Una pluralità che c’è già da tempo nella nostra società ed è ormai quotidiana, capillare. Quindi è importante non stare più a traino dell’agenda del razzismo, che vuole solo polemica, solo le parole storte, ma serve un grande sforzo, questo si collettivo, per creare un’agenda dove possiamo mettere la pluralità al centro. La complessità del nostro paese che è già il nostro presente. E lasciatemi concludere questo pezzo con un pensiero per Sharon Verzeni, in qualsiasi cosa andremo a costruire insieme come società plurale, va eliminata, a tutti i costi, la violenza sulle donne. Lo dobbiamo come dovere verso Sharon Verzeni e verso tutte le donne vittime del patriarcato.