di Mario Di Vito
Il Manifesto, 18 aprile 2026
Ancora non ha passato il vaglio parlamentare, ma il nuovo decreto sicurezza, applicabile da quando lo scorso 24 febbraio è apparso in Gazzetta ufficiale, ha già mandato in tilt sia la questura sia la procura di Roma. Il battesimo del fermo preventivo, sperimentato da 91 anarchici ai quali domenica 29 marzo è stato impedito di commemorare al parco degli Acquedotti Sandro Mercogliano e Sara Ardizzone - uccisi dieci giorni prima dallo scoppio di un ordigno che loro stessi stavano preparando - svela nei suoi sviluppi diverse criticità già individuate dai tecnici (da ultimo il perplesso parere rilasciato dal Csm tre giorni fa) ma del tutto ignorate dalla maggioranza, che non ha voluto presentare emendamenti sul punto.
Nemmeno sull’aspetto più palesemente problematico, quello che non prevede il rilascio di alcun verbale a chi, soltanto sulla base di un sospetto, viene portato in questura e lì trattenuto fino a un massimo di 12 ore. Un dettaglio che sbatte con l’articolo 13 della Costituzione, là dove si vietano detenzioni, ispezioni o perquisizioni senza riserva di giurisdizione.
Il 29 marzo, la questura in un comunicato ha scritto che le 91 persone “ritenute pericolose e sospette” sono state prese una volta “valutati i presupposti per il fermo preventivo condivisi dal pm di turno”. Poi però parla anche del “rifiuto all’identificazione di molti di loro”. Il nodo è tutto qui: chi non favorisce i documenti né declina le proprie generalità può essere portato in questura o in commissariato sulla base dell’articolo 11 della legge numero 191 del 1978. Il fermo preventivo è l’articolo 11 bis, e parla di accompagnamento nei posti di polizia “in presenza di un attuale pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica (…) in relazione a specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo e sulla base di elementi di fatto” nel corso di “servizi d’ordine e sicurezza pubblica disposti in occasione di manifestazioni”. L’articolo 11 e l’articolo 11 bis sono insomma due cose molto diverse tra loro.
A quanto risulta, nel giorno delle commemorazioni di Mercogliano e Ardizzone, alcuni dei 91 anarchici sono stati fermati sulla base dell’articolo 11 e altri sulla base dell’articolo 11 bis. “Questi ultimi - spiega al manifesto l’avvocato Leonardo Pompili della Rete di resistenza legale - pensiamo siano stati attuati in maniera illegittima in quanto i soggetti sono stati accompagnati per verificare la sussistenza dei requisiti di pericolosità e non, invece, per ragioni preventive”.
Da qui la richiesta alla pm di turno Vittoria Bonfanti di prendere visione degli atti relativi prodotti dalla digos. L’obiettivo è verificare l’esistenza della risposta a una contraddizione che appare evidente: se, come dice il decreto, la procura deve essere avvisata immediatamente delle operazioni di fermo preventivo, che significa che ne sono stati “valutati i presupposti”? Decisivo in questo senso sarà anche capire a che ora la questura si è messa in contatto con piazzale Clodio. Bonfanti ha dato il suo assenso e ai legali non resta che aspettare la risposta della questura. Quello che si sa, al momento, è solo che gli anarchici sono stati fermati intorno alle 10 del mattino e sono usciti dal commissariato tra le 17 e le 18. In quelle ore, oltre alle identificazioni, sarebbero state svolte anche tutte le operazioni di verifica degli eventuali precedenti di polizia. A molti sono stati poi dati dei fogli di via.
Che pure sarebbero da discutere. Gli avvocati della Rete di resistenza legale stanno impugnando i provvedimenti perché sono stati emessi non sulla base della “commissione di molteplici delitti” come vorrebbe la legge ma di una violazione amministrativa, la manifestazione non autorizzata. Il cortocircuito è servito. Nei suoi numerosi interventi in materia di sicurezza, il governo sta soprattutto cercando di spostare la materia dal giudiziario al poliziesco, dando sempre più competenze agli agenti e sempre meno poteri ai magistrati. Questa intenzione, però, spesso e volentieri contrasta con il codice di procedura penale e, al netto di ogni valutazione politica, non può che generare caos e incomprensioni (diciamo così) tra gli uffici.
Tutto questo, peraltro, al solo scopo di impedire lo svolgimento della deposizione di fiori in memoria di due persone defunte. La questura di Roma, quando ha apposto il suo divieto, ha fatto presente che la commemorazione di Mercogliano e Ardizzone sarebbe “in contrasto con i valori della convivenza civile e democratica, attesa la inclinazione ideologica dell’anarchismo contro l’ordine costituito e lo spirito celebrativo cui la stessa è ispirata, teso all’esaltazione di condotte, quali l’assemblaggio di un ordigno, finalizzate al compimento di gravi azioni delittuose”. È l’affermazione di un principio: l’ordine pubblico è un valore assoluto e conta più di ogni altra cosa. Anche del lutto.











