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di Mario Bernardi Guardi


Corriere Fiorentino, 7 novembre 2020

Lucca, la storia di come Tobino cercò di trasformare Maggiano in un paese. Follia, disperazione e lacrime. Il manicomio di Maggiano è stato il più antico d'Italia e per decenni ha assomigliato a un carcere. Ma con la direzione dello psichiatra-scrittore Mario Tobino, alla guida di Maggiano dal 1956 al 1958, iniziò una lenta e difficile apertura verso l'esterno, con tanto di festival musicali. A raccontarlo è il libro di testimonianze "Maggiano. Gli anni del cambiamento 1958-1968", a cura di Giovanni Contini e Marco Natalizi.

Il manicomio di Maggiano, il più antico d'Italia, come risultava alla promulgazione della legge 180 nel 1978 - la Basaglia, che chiudeva i manicomi - ha una lunga storia. Inizia nel 1770 quando viene istituito dalla Repubblica di Lucca, termina nel 1999 quando viene chiuso. Nel mezzo lacrime e sangue, la sostanza di cui è impastato il mistero doloroso della follia. Eppure, sosteneva lo scrittore e psichiatra Mario Tobino, che lo diresse dal 1956 al 1958, se si va al di là dell'orrore e della repulsione per il malato "oggetto" e se si azzardano forme di recupero che hanno al centro attenzione, ascolto e amore, al folle può essere restituita la dignità che ogni essere umano merita. Ed è questo il senso delle testimonianze raccolte in Maggiano. Gli anni del cambiamento 1958-1968, a cura di Giovanni Contini e Marco Natalizi, Maria Pacini Fazzi Editore, opera che racconta dieci anni di impegno di medici e infermieri per "umanizzare" il manicomio.

Il libro porta il contrassegno della Fondazione Mario Tobino, che da anni, con pubblicazioni, convegni, visite guidate, si fa attiva custode di un'esperienza diventata ragione di vita per il medico-scrittore che trasformò Maggiano in Magliano consacrandovi la propria materia narrativa.

"Tobino - osserva Marco Natalizi - coltivò la generosa illusione che il fine del manicomio, dei medici, degli infermieri fosse quello di tutelare i diritti dei malati e si prodigò per rendere quel luogo più accogliente, scontrandosi spesso con l'ottusità dei burocrati, come racconta nel suo libro Il manicomio di Pechino". Ma già in altre opere (da Le libere donne di Magliano a Gli ultimi giorni di Magliano), aveva rivelato quella che gli appariva come una terribile condizione carceraria. Ebbene, "Gli anni del cambiamento" evocano di continuo questo scenario, mettendoci di fronte a uno spietato "regime chiuso", che precludeva scambi sociali e uscite verso il mondo esterno. Una "fossa dei serpenti" che spesso ingoiava il matto per tutta la vita. Uno spazio per alienati brutalmente alienante, dove gli unici mezzi per tenere a bada i degenti erano le celle imbottite, il letto di contenzione, la camicia di forza, l'elettroshock, la morfina, la coercizione violenta, le "celle dell'alga" dove agli "agitati" che strappavano vesti e lenzuola venivano date, come coperte, mucchi di alghe seccate. Per decenni Maggiano, al pari di altri manicomi, fu un turbine di deliri e di furie aggressive.

Finché qualcosa cominciò a cambiare e non solo grazie all'avvento degli psicofarmaci. Così, le testimonianze raccolte (con registratori e videocamere) da Isabella Tobino, nipote dello scrittore, e dai curatori, insieme alle lunghe notti del corpo e dello spirito, tra urla terribili e silenzi tombali, raccontano anche il laboratorio del "nuovo". Già con Tobino e poi con Domenico Gherarducci che diresse il manicomio dal 1958 al 1984. Al centro, l'idea dell'"ospedale-paese": il malato deve fare e trovare dentro la struttura manicomiale quello che potrebbe fare e trovare fuori, in "paese", nella società, in mezzo a quelli che non sono malati. In questo modo, mentre si cerca di rimediare alla scarsità e alla mancanza di preparazione degli infermieri, promuovendo corsi di formazione, i degenti cominciano ad aiutare il personale nelle pulizie degli ambienti, vanno in gita (la prima al Santuario di Montenero nel 1959), dormono in camerette con lettini e lenzuola pulite.

Qualcuno di loro si appassiona alla musica che diventa mezzo comunicativo ed espressivo, nasce l'idea di un Festival della Canzone, la cui prima edizione si svolgerà nel 1964, viene aperto un Circolo Sociale Ammalati e comprata una stampatrice elettrica per il periodico La Pantera, redatto e composto dai degenti, viene aperta una "Banchina", un piccolo sportello con macchina da scrivere e schedario, che può essere utilizzato per i depositi dei malati e dei parenti in visita. Non tutto è facile, qualcosa dura, qualcosa no.

Ma è una possibile via d'uscita, prima della 180.

Eppure Tobino fu "contro". Perché? "Per lui, come per Basaglia, veniva prima la persona, poi il paziente - spiega Natalizi - ma le ideologie del tempo strumentalizzarono il pensiero di entrambi, così di Tobino fecero un 'conservatore' e di Basaglia un 'innovatore'.

Il fatto è che Tobino non voleva che i manicomi fossero chiusi: l'Italia non era ancora pronta per un simile passo, non c'erano strutture alternative, e lui temeva per i suoi malati cronici, quelli che nessuno voleva". Infatti per loro, la "casa", paradossalmente ma non troppo, restava il manicomio di Maggiano.