di Michele Gambirasi
Il Manifesto, 12 giugno 2025
“C’è una visione punitiva e vendicativa del carcere. Noi dovremmo guardare a esempi virtuosi, come possono essere Olanda e Norvegia, invece che guardare a modelli come l’Ungheria”. Lo ha detto Ilaria Salis, europarlamentare eletta nelle liste di Avs che nei penitenziari ungheresi ha trascorso oltre un anno tra febbraio 2023 e giugno 2024, discutendo dell’uso repressivo del carcere, per colpire il dissenso politico e i movimenti sociali. Ne hanno parlato ieri insieme all’irlandese Kathleen Funchion, eurodeputata dello Sinn Fein, e Pernando Barrena, eletto a Bruxelles con i baschi di EH Bildu. Con loro anche attivisti, avvocati, ricercatori ed ex prigionieri politici dei tre paesi, tra cui Valerio Pascali, Valeria Verdolini presidente di Antigone Lombardia ed Emilio Scalzo del movimento No Tav.
“Oggi c’è per me un forte valore emotivo, oltre che politico. Parliamo di carcere con territori che hanno vissuto la repressione e la resistenza” ha esordito Salis, che un anno fa di questi giorni raccoglieva in tutta Italia 176mila preferenze, venendo eletta e potendo quindi beneficiare dell’immunità parlamentare per sfuggire al processo sommario di Budapest. Sullo sfondo c’è infatti il voto della commissione affari giuridici dell’Eurocamera, che il 24 giugno dovrà stabilire in merito alla revoca o meno proprio della sua immunità parlamentare chiesta dall’Ungheria.
“In Italia a caratterizzare le carceri è stata la logica dell’emergenza” ha detto Valerio Monteventi, attivista e scrittore italiano che ha conosciuto il carcere negli anni 80. L’ultimo esempio è l’approvazione del dl sicurezza: “Leggi repressive vengono attuate in nome della sicurezza, utilizzando i decreti-legge. Da Maroni, Minniti, Salvini fino a quelli dell’ultimo governo, anti-rave, Caivano, Cutro e l’ultimo sulla sicurezza. Il carcere è diventato l’emblema del populismo penale del nostro paese, un luogo in cui in nome della certezza della pena si sacrificano i diritti” ha spiegato. Nell’ultimo pacchetto approvato sono in particolare due le norme che colpiscono le forme di dissenso: il nuovo reato di blocco stradale, che ha nel mirino attivisti climatici, lavoratori in sciopero fuori dai luoghi di produzione e picchetti contro gli sfratti, e il nuovo reato di rivolta nelle carceri che attacca anche le forme di resistenza passiva. “Così il populismo penale è diventata forma di risoluzione dei conflitti, rendendo la detenzione sempre più centrale nella società. Andrebbe invece aperta una battaglia per l’amnistia” ha concluso Monteventi, ricordando che l’ultima amnistia per pene connesse a manifestazioni risale a oltre 50 anni fa, era il 22 maggio del 1970.
Nel caso dell’Irlanda e dei Paesi baschi l’esperienza carceraria è strettamente legata alla storia dei movimenti indipendentisti dei paesi. Se in Irlanda gli scioperi della fame dei detenuti del 1981, preceduti dalle proteste del 1976 e del 1980, diedero un impulso decisivo all’opinione pubblica globale circa quanto stava accadendo, aprendo la strada al processo di pace culminato nel 1998, nei Paesi baschi la questione dei prigionieri politici è una contesa ancora aperta, anche a causa dell’assenza di un processo di pace simile a quello avuto nel Regno Unito. Sono ancora 133 i prigionieri politici legati all’Eta, il movimento per l’indipendenza dei Paesi baschi che ha dichiarato il cessate il fuoco quasi 15 anni fa, il 20 ottobre del 2011. “Se invece che leggi ad hoc fossero applicati i normali standard legali, i prigionieri politici baschi sarebbero liberi” ha detto Bego Atxa, legale dell’associazione Sare, che si batte per la fine della strategia della “dispersione”, che distribuisce i detenuti in varie prigioni talvolta anche molto distanti dalle famiglie, e l’abolizione delle leggi che permettono ergastolo e pene detentive prolungate. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Iratxe Sorzabal, ex leader dell’Eta, condannata a 24 anni di carcere nel 2022 per un attacco a Gijón nel 1996. La sentenza è fondata su un documento di autoincriminazione, che l’8 maggio 2025 la Corte suprema spagnola ha riconosciuto, nel corso di un altro processo, come “privo di valore” perché ottenuto nel 2001 sotto tortura.











