di Vittorio Minervini
Il Dubbio, 24 luglio 2026
La liturgia laica della sostenibilità, della tutela del paesaggio e dell’ambiente è diventata ormai un modo di essere, che a volte si vuole dimenticare soprattutto oggi, nel momento in cui venti di guerra agitano le bandiere di quegli Stati che ancora faticano a perdersi nel cielo blu stellato dell’Unione. È una liturgia nella quale si riconosce da sempre il Touring Club Italiano, che da oltre centocinquant’anni accompagna noi italiani. E una sera alle Tremiti, in un villaggio che rispecchia in pieno l’ideale culturale del TCI, tra la cura mai maniacale per coste e fondali e la bella lezione di una biologa marina, d’improvviso un lampo: un racconto breve, di grande intensità, al centro delle tante storie che per pochi minuti scorrono sul telone mosso dal vento di tramontana.
È il racconto della Cooperativa Giotto che, da anni, in un laboratorio all’interno del carcere di Padova, insegna a impastare e sfornare biscotti, brioche e dolci. E lo fa talmente bene che per cinque volte ha vinto il premio per il miglior panettone veneto. Detenuti che imparano un mestiere vero e poi escono e, grazie a quel mestiere, iniziano una vita nuova invece di tornare dentro. È la prova provata che l’articolo 27 della Costituzione, quando viene preso sul serio invece di essere soltanto citato nei convegni, funziona. Su questo il consenso è ampio, anche a destra, anche tra chi del garantismo diffida. Ma la storia che rimane impressa è quella di un uomo, di un detenuto che da tempo, ogni mattina, impasta e sforna. Lo fa bene e con soddisfazione. È un fine pena mai: ergastolo ostativo. Non uscirà, mai. Quell’uomo, nel video, non parla del “dopo”, perché un dopo non ce l’ha. Parla dell’adesso. È contento di fare quel lavoro, contento che il ricavato vada a sua moglie, ai suoi figli, a chi fuori continua a esistere anche se lui, di fatto, per la legge è già uscito di scena per sempre.
Dobbiamo provare a immaginare cosa significhi imparare un mestiere sapendo che non lo eserciterai mai fuori da quelle mura. Non riscatta nulla, almeno nel senso in cui siamo abituati a usare la parola riscatto, un termine che presuppone un dopo. E allora perché farlo? Perché, evidentemente, la Costituzione non aveva in mente soltanto il “dopo” quando ha scritto che la pena deve tendere alla rieducazione. La retorica pubblica sull’ergastolo ostativo si concentra quasi sempre sul se: se sia legittimo, se la Consulta abbia aperto crepe sufficienti, se la collaborazione con la giustizia sia l’unica porta d’uscita accettabile.
Quell’uomo con le mani dentro l’impasto, alle cinque del mattino, senza alcuna porta d’uscita in vista, ci pone invece una domanda diversa e più scomoda: che cosa deve essere, ogni singolo giorno, la vita di chi la pena non finirà mai di scontarla? Se rispondiamo “nulla, solo custodia”, allora l’articolo 27 terzo comma, per lui semplicemente non esiste: è una norma valida soltanto per chi, un giorno, rivarcherà il cancello. Se invece continua a valere anche per lui, allora la rieducazione non è soltanto un investimento sul futuro. È un diritto alla dignità nel presente, senza condizioni. Non è un dettaglio teorico: è la differenza tra una pena che si limita a custodire un uomo e un carcere che, anche di fronte all’irreversibile, continua a riconoscergli il diritto di vivere il presente con dignità.
Il Touring, con la sua ostinata attenzione alla sostenibilità delle coste, ha voluto sottolineare, attraverso un video che racconta la sua collaborazione con chi offre un lavoro e l’occasione di una vita nuova agli autori di quei dolci serviti a colazione, che esiste una sostenibilità più difficile da certificare di quella ambientale: quella che consiste nel non lasciare che un uomo, per quanto la sua colpa possa apparire irredimibile agli occhi della legge, smetta di essere qualcosa oltre la propria condanna. Il mare delle Tremiti si protegge con i divieti di pesca e le aree marine protette. Quell’altra cosa, la dignità di essere persona, di essere ontologicamente persona, si comincia a proteggere con un forno acceso alle cinque del mattino, dentro un carcere.










