di Andrea Malaguti
La Stampa, 27 luglio 2025
È come se Laura Santi ci avesse riportati sulla terra, risvegliandoci da una specie d’ipnosi collettiva. Come se in questo mondo sconvolto dalla violenza di massa, con la sua morte - la scelta di nuotare fuori dalla vita - Laura avesse rimesso al centro l’essere umano e il suo senso, restituendone la drammatica bellezza. Andate a riprendere il pezzo straordinario scritto per La Stampa da Francesca Mannocchi mercoledì scorso. È una di quelle letture che hanno la forza di cambiare il nostro rapporto con la realtà. Di migliorarlo. Asciutto, intenso, straziante, pulito.
Racconta di Laura, 50 anni, giornalista, malata di sclerosi multipla. Sua amica. Del suo amore intenso per la vita. Della sua curiosità. Di una mente rapida, che conosce la meraviglia e il dolore. Di un corpo che la tradisce. Che le dice “basta, pensa quello che vuoi, ma io qui non ci voglio più stare”. Di notti che sono inferni. Di crisi epilettiche, spasmi, movimenti inconsulti, piaghe, ferite. In una progressione inarrestabile e, soprattutto, irreversibile. Della sua battaglia per decidere da sola quando andarsene. Un diritto che qualunque essere vivente, che non sia malato, ha nei fatti. Chi è malato no.
Pensavo ingenuamente che la sua testimonianza e il racconto di Francesca Mannocchi avrebbero dato la spinta definitiva alla legge, eternamente attesa, sul fine vita. Usciamo dalla preistoria, come abbiamo fatto con il divorzio e con l’aborto mezzo secolo fa. Che ci serve di più? Che cosa c’è oltre questa testimonianza che si aggiunge a migliaia di altre testimonianze? Di quali altre parole abbiamo bisogno?
Tanto più che, come rivelano con chiarezza i sondaggi di Alessandra Ghisleri, il 75% degli italiani invoca il diritto all’autodeterminazione per la propria uscita di scena. Per la società civile non è più un dibattito. Per la politica incivile lo è ancora. La dittatura di una sensibilità ultra-minoritaria che ha presa sui Palazzi.
Nella foga tanto legittima quanto discutibile di riformare la giustizia alla radice, separando le carriere di giudici e pubblici ministeri e di ridefinire i compiti del Consiglio superiore della magistratura - come se fossimo sotto il giogo di una dittatura cilena - la maggioranza rinvia a settembre (e probabilmente a mai) le decisioni su chi è prigioniero del proprio corpo e del proprio dolore. Lasciando ancora una volta allo Stato la titolarità sulle nostre scelte definitive. È la fotografia di una sconfitta. Le priorità sono chiare. Più importante difendere i colletti bianchi che i colletti di tutti. Più rilevante lo scontro sulle presunte Toghe Rosse (che da Milano alle Marche hanno evidentemente lasciato spazio alle Toghe Blu) che sulla sofferenza intollerabile di chi viene divorato e soffocato dai propri muscoli e dalle proprie cellule fuori controllo. Impossibile non notare la storica difficoltà delle destre sui temi etici, la radicale incapacità riformista. Persino l’ala liberale del mondo berlusconiano fece le barricate sul caso di Eluana Englaro, costretta a un limbo vegetativo per diciassette anni e umiliata con frasi assurde del tipo: “La vogliono assassinare. La ragazza ha un bell’aspetto e ha funzioni attive come il ciclo mestruale”. Era il 2009. Da allora qualcosa è cambiato. Ma è un cammino lentissimo. “Solo per la politica il fine vita è ancora un tabù. Per la gente comune, le persone come noi, non lo è di sicuro. Al contrario. Vogliamo avere voce in capitolo. Se ci fosse un referendum avremmo una risposta inequivocabile”.
Mi sono attaccato al telefono e ho chiamato Vito Mancuso, teologo, intellettuale, scrittore, ma soprattutto pensatore libero e nostro editorialista. Volevo sapere che cosa ne pensa lui di questa enormità preistorica dalla quale chi guida l’Italia sembra non volerci liberare. “Il no al fine vita, i continui rinvii, sono l’ultima roccaforte di quella tendenza premoderna che pretende di governare la vita dei singoli. Lo specchio di una mentalità per cui la parola decisiva non è libertà, ovvero autodeterminazione, ma ordine, ovvero obbedienza”.
Una tendenza mondiale, a guardarci bene. Perché succede in Italia? Per un riflesso automatico. La volontà di conformarsi alla visione ufficiale della Chiesa. “Non sono un politologo. Non ho una risposta precisa. Ma suppongo che anche il fine vita faccia parte del pacchetto “tradizione, Dio, Patria e Famiglia” delle destre. Valori che si immaginano di difendere anche se non corrispondono più alla propria sensibilità. Un po’ quello che succede con i family-day. Grandi proclami. Ma poi, se vai a vedere le vite private, fatichi a trovare una forma di coerenza”.
Un doppio registro che in queste ore impressiona ancora di più. Da una parte i pronunciamenti solenni e drammatici che si ripetono ogni volta che si alza la posta per la giustizia che insidia il Potere, dall’altra il silenzio imbarazzato su un tema universale come il fine vita. Come se il governo ci avesse rinunciato. Come se questa destra orgogliosamente muscolare non avesse la forza di infastidire quelle micro-categorie che sostenevano Fratelli d’Italia quando era al 4%. I Pro-Vita, i No-Vax, i balneari, i taxisti. Come se non ci fosse il coraggio di un’azione più alta. Ecumenica, verrebbe da dire, se la parola non evocasse nuovamente il legame con il Vaticano. E se con Papa Francesco ci si poteva aspettare che prima o poi dicesse: “Siete liberi, chi sono io per giudicare?”, con Leone XIV è improbabile che questo stesso spazio sia disponibile. Un vicolo cieco? La scelta di Laura Santi dice di no. “La morte è solo l’ultima pagina del nostro libro e Laura Santi è riuscita a immaginarla usando la stessa calligrafia con cui ha definito ogni giorno della sua vita. È stata coraggiosa e coerente. E in qualche modo, nella sofferenza della sua malattia, anche fortunata. Non tutti in Italia possono ancora scrivere il proprio finale”, dice Mancuso.
A che cosa serve la politica, se non a dare un segno di vicinanza ai cittadini, a risolvere le questioni che agitano i loro sonni e condizionano le loro vite? Perché è più facile ridefinire i compiti del Consiglio superiore della magistratura che dire a chi sta male: “Sono al tuo fianco”. Nelle ore in cui i giudici studiano le carte sui grattacieli di Milano mi è tornata in mente una frase dell’architetto brasiliano Oscar Niemeyer applicabile a qualunque scelta di governo: “L’architettura è solo un pretesto. L’importante è la vita, importante è l’uomo, questo strano animale che possiede anima e sentimento e fame di giustizia e bellezza”. Non molto diverso dall’ultima richiesta di Laura Santi: “Mi vedete? Mi comprendete? Mi lasciate decidere?”.











